L’edizione numero 96 degli Oscar arrivava in un clima geopolitico quanto mai teso, anche per via delle scelte di Donald Trump, presidente storicamente inviso a Hollywood.
La politica l’ha fatta da padrone, senza troppa retorica nè esibizionismo: i messaggi, dentro e fuori le pellicole, sono stati taglienti e diretti.
Prima di tutto, i film. L’Oscar per il miglior documentario viene vinto da Mr. Nobody Against Putin, che racconta la vita di un insegnante di scuola dal 2022 al 2024alle prese con la propaganda russa dopo l’invasione dell’Ucraina. Nella locandina del documentario, l’uomo viene raffigurato seduto sul collodiano naso allungato di Vladimir Putin, a sottolinearne la comunicazione menzognera.
L’analisi più rilevante dell’opera arriva proprio da uno dei due registi, David Borestein, che allarga il campo dei riferimenti oltre i confini slavi, facendoli arrivare agli Usa di Trump, spiegando che la pellicola racconta di come «il proprio Paese si può perdere attraverso numerosi piccoli atti di complicità», continua poi, ancora più esplicito in riferimento all’Ice: «come quando il governo uccide persone nelle strade delle nostre città» o «quando gli oligarchi prendono il controllo dei media».
Il messaggio di Borestein lascia poi spazio alla responsabilità e alla speranza: «Siamo tutti di fronte a una scelta morale. Ma fortunatamente anche un Signor Nessuno può essere più potente di quanto si pensi».
La statuetta per il miglior film è andata a Una battaglia dopo l’altra, film più premiato della serata con sei Oscar, di Paul Thomas Anderson. Un film politico per definizione, che narra di un ex militante pro-immigrazione (interpretato da Di Caprio) che torna in pista con i suoi compagni dopo che il colonnello dell’esercito suprematista bianco (interpretato da Sean Penn, miglior attore non protagonista) rapisce sua figlia.
Il titolo del film è una frase dell’attivista per i diritti civili Angela Davis, che sottolineava la necessità di continuare a farsi valere contro i soprusi: «Non ci sarà mai una battaglia finale. È sempre una battaglia dopo l’altra».
Il messaggio che Anderson ha lanciato dal palco del Dolby Theatre è una dura critica alla realtà di oggi: «Ho scritto questo film per i miei figli, per chiedere scusa per il caos che abbiamo lasciato in questo mondo che consegniamo loro. Sarete voi la generazione del buonsenso, della dignità e della decenza».
Non solo i premiati ma anche i premianti si schierano. L’attore spagnolo Javier Bardem, chiamato a consegnare la statuetta per il miglior film internazionale, esplicita oralmente ciò che già aveva scritto sulla propria giacca: «No alla guerra» e «Palestina libera».
Più celata la stoccata a Trump da parte del comico Jimmy Kimmel, censurato con il suo show proprio dal tycoon: «In quali Paesi si rischia la vita per la libertà di parola? Diciamo solo la Corea del Nord… e la Cbs», ossia il canale televisivo che ha impedito a The Late Show With Stephen Colbert di ospitare il deputato democratico texano James Talarico. (riproduzione riservata)