La turbolenza registrata sui mercati in pieno agosto ha riportato qualche nube sulle pmi che negli ultimi mesi avevano sovraperformato gli indici battendo le big cap sia in Europa che negli Stati Uniti. A partire dall’inizio di luglio era emerso un differenziale di performance positivo a favore delle small cap rispetto alle large cap e al Nasdaq nella misura rispettivamente del 7% e del 9% circa in euro. Ciò a causa delle vendite su alcuni grandi titoli dovute a prese di profitto ma anche al fatto che molti di questi titoli erano «priced to perfection» dal mercato. Lo stesso andamento si è verificato anche in Europa con una sovraperformance del 3% circa fatta registrare dalle società a bassa capitalizzazione.
Ora questo trend si è interrotto e le pmi che hanno ricominciato a soffrire in borsa, anche se le loro virtù nel lungo periodo sono sotto gli occhi di tutti. «Prendendo il segmento Star: emerge per esempio che a 10 e 20 anni il ritorno è positivo mentre a breve termine in un orizzonte di 2-3 anni la situazione cambia, con le piccole e medie imprese italiane che restano indietro», commenta Andrea Ragaini, vicedirettore generale di Banca Generali.
Alle considerazioni cicliche generali, che hanno condizionato le piccole capitalizzazioni globalmente, in Italia si è aggiunto il fenomeno della perdita di incisività dei Pir, cioè di quei fondi specializzati che beneficiano di un trattamento fiscale che li esime dalla tassazione sulle plusvalenze dal quinto anno in avanti.
«Il ciclo economico è tornato sotto i riflettori degli investitori che temono il rallentamento in corso alla luce degli ultimi dati manifatturieri in Europa, in America e in Cina. In questo contesto le pmi soffrono maggiormente, ma nel percorso di diversificazione del portafoglio crediamo sia importante non dimenticare questa classe di investimento, che sconta sicuramente la bassa liquidità e la scarsa copertura di ricerca ma che ha indubbiamente ottimi fondamentali e grande capacità d’innovazione».
In effetti, numeri alla mano, l’interesse degli occhi più attenti tra gli operatori verso le piccole non è mai scemato. Meglio se non quotate. Ci sono una novantina di dossier ancora aperti di aziende italiane finite nel mirino dei private equity. «Dal nostro osservatorio, come realtà private con forti legami col mondo imprenditoriale, continuiamo a registrare forte dinamismo nello sviluppo sui diversi mercati. Certamente l’effetto Germania e Cina non lascia indenni, ma la flessibilità e la qualità dei distretti come la meccanica, farmaceutica e manifattura artigianale continuano a restare punti di riferimento per i clienti. Clienti che ci chiedono con crescente convinzione di accompagnarli nelle sfide legate non solo alle scelte di protezione dei patrimoni, ma sempre di più anche nelle analisi strategiche e nella valutazione dei potenziali scenari delle operazioni straordinarie sull’azienda e sugli assetti familiari e patrimoniali».
Per capire i punti di forza di queste aziende basta prendere come esempio lo Star, listino che ospita società manufatturiere esportatrici che - nel segmento in cui operano - sono spesso leader o co-leader, e che grazie al controllo diretto dell’imprenditore hanno situazioni finanziarie sane e tendono a reagire molto bene a fasi recessive, dimostrando maggiore resilienza rispetto alla aziende a larga capitalizzazione.
Aziende che solo dieci anni avevano medio-piccole capitalizzazioni, per esempio Recordati, Amplifon, Campari, Interpump, Diasorin, Moncler, Cucinelli, Prysmian, Reply, grazie a ritorni medi annui decennali per l’azionista tra il 12% (Campari) e il 25% (Reply) oggi hanno capitalizzazioni superiori a quelle di Pirelli o di molte banche (tra l’altro abbondantemente ricapitalizzate nel periodo). Va osservato poi come stiano diventano più frequenti gli annunci di opa in questo segmento, come quelle su Piovan, Salcef, Saes Getters, Unieuro, Openjobs.
Tali aziende, tuttavia, hanno scontato l’innalzamento repentino dei tassi di interesse da parte delle principali banche centrali che ha reso più difficoltoso finanziarsi e investire in ricerca e sviluppo. A differenza delle large corporate, inoltre, non possono sfruttare il pricing power per far fronte all’inflazione ed al rallentamento della manifattura. Pesa poi, tuttora, la scarsa copertura da parte degli analisti e una certa diffidenza non sempre giustificata da parte degli investitori oltre alla scarsa liquidità con scambi spesso particolarmente ridotti in Borsa.
Per sanare questa situazione in attesa del rafforzamento di un mercato unico dei capitali, il private banking può essere un buon alleato per la crescita delle Pmi, a differenza di quanto accade con gli investitori internazionali e i fondi di private equity, attenti soprattutto alle dinamiche finanziarie più che alla sostenibilità industriale.
«C’è un tema strutturale», osserva ancora Ragaini. «l’imprenditore ha bisogno di capitali in una logica industriale ed ha bisogno di tempo per far lavorare questi capitali. Ed i capitai riferiti ai clienti Private possono essere pazienti ed attivare un circolo virtuoso che crea valore sia per le imprese che per i risparmi.
Occorre però lavorare in modo corale per far si che questa traccia ancora molto piccola possa svilupparsi nel tempo. Gli incentivi fiscali possono essere un prezioso facilitatore e dovrebbero riguardare sia le aziende non quotate che quelle quotate».
Le agevolazioni fiscali e la deducibilità studiate per le pmi innovative è stato un giusto passo in questa direzione. E l’idea potrebbe essere estesa anche al quotato.
Intanto le private bank possono aiutare gli imprenditori ad affacciarsi al mercato dei capitali e sostenerli nel percorso di crescita. L’istituto del Leone, per esempio, ricorda Ragaini, ha sviluppato un sistema aperto di servizi e soluzioni per portare l’advisory direttamente al mondo delle aziende sia per affrontare le opportunità legate ai momenti di discontinuità aziendale sia per tutte le iniziative che ne accrescono la competitività sul mercato dei capitali.
Il confronto in tema di governance e sostenibilità sta diventando sempre più sentito dagli imprenditori perché gli investitori sono sempre più attenti alle best practice in questo ambito. I numeri dimostrano che le imprese che hanno adottato processi e politiche produttive rivolte alla sostenibilità sono spesso più competitive anche in termini di utili. Fattore chiaramente attenzionato dagli investitori. «Negli ultimi due anni la banca ha accompagnato oltre 600 aziende in un percorso di valorizzazione del patrimonio d’impresa e tra i nuovi obiettivi c’è quello di continuare ad estendere i servizi rivolti alle Pmi e che rispondano alle nuove esigenze della transizione ecologica e digitale», nota ancora Ragaini.
Questo lavoro di dialogo è reso possibile grazie anche alla specializzazione dei partner dedicati ai diversi segmenti di attività. I team specializzati affiancano gli imprenditori nelle fasi di discontinuità aziendale, offrendo la loro expertise nelle operazioni di finanza straordinaria o nella gestione del debito corporate. Un patrimonio di capacità – continua Ragaini – reso più forte dalle partnership con le migliori competenze presenti sul mercato, non solo bancario: ne sono un esempio le collaborazioni con le università: da Milano-Bicocca, con cui è attivo l’Osservatorio O-Fire (sulla finanza d’Impatto e le sue ricadute economiche), all’Osservatorio Private Banking con Liuc-Università Cattaneo fino a Sda Bocconi, con cui è attivo il Corporate Governance Lab.
«Alle realtà accademiche si aggiungono partnership con società di consulenza finanziaria come Ir Top Consulting, attraverso cui le imprese avranno a loro disposizione un nuovo servizio di advisory sui percorsi legati alla sostenibilità, un tema cruciale se si pensa che 7.000 aziende dovranno compilare per la prima volta un bilancio di sostenibilità nei prossimi due anni. E poi c’è anche l’intesa con Blue Ocean Finance, che prevede il supporto alla crescita e allo sviluppo di startup e Pmi innovative», conclude Ragaini. (riproduzione riservata)