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Sanae Takaichi
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Nikkei in rally, il rendimento dei bond giapponesi vola ai massimi dal 2007. Rischio di contagio?

04 dicembre 2025, 07:40 Ultimo aggiornamento: 08:25

Bene i titoli tech e dell’AI giapponesi, i mercati vendono i bond a 10 anni mentre fanno incetta di quelli a 30. Il ruolo della Fed e della BoJ si fa sempre più decisivo

Nikkei in piena forma, giovedì 4 dicembre, alle ore 7:40 italiane l’indice giapponese balza del 2,25% proseguendo la rimonta della seduta precedente e seguendo il rialzo di Wall Street, mentre cresce l’attesa per un taglio dei tassi della Fed a dicembre.Intanto la Cina viaggia attorno alla parità con l’Hanh Seng (+0,12%) e Shanghai (-0,10%).  Il sentiment è migliorato dopo che gli stipendi (payroll) privati Usa sono risultati più deboli del previsto, alimentando i timori di un rallentamento più marcato del mercato del lavoro americano.

I titoli tecnologici hanno guidato i rialzi, con SoftBank (+2,9%), Lasertec (+1,7%), Kioxia (+1,2%), Disco (+3,1%) e Tokyo Electron (+1,7%). Forti anche i produttori di robot, con guadagni significativi per Fanuc (+8,8%), Yaskawa Electric (+8,5%) e Nabtesco (+9,3%). I futures sul Nasdaq si muovono per ora poco mossi.

Il rendimento dei bond decennali giapponesi sale ai massimi dal 2007

Il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni è salito giovedì oltre l’1,9%, toccando il livello più alto dal 2007, a causa delle aspettative che la Bank of Japan possa alzare i tassi a dicembre. Le attese si sono rafforzate dopo che il governatore Kazuo Ueda ha espresso fiducia nelle prospettive economiche, spiegando che la banca centrale valuterà con attenzione pro e contro di un rialzo dei tassi e agirà di conseguenza. Anche il ministro delle Finanze Satsuki Katayama ha ribadito questa settimana che non c’è alcuna divergenza tra governo e BoJ nelle rispettive valutazioni economiche, segnale di un allineamento tra politica fiscale e monetaria. Tuttavia, i piani di spesa espansivi della premier Sanae Takaichi continuano a gravare sulle prospettive fiscali del Paese.

Nel frattempo, l’asta dei titoli di Stato giapponesi a 30 anni ha registrato la domanda più forte dal 2019, con gli investitori attratti dai rendimenti più elevati: il bid-to-cover dell’ultima emissione è balzato a 4,04 dal 3,125 dell’asta precedente di novembre.  Il Giappone ha abbandonato il controllo della curva dei rendimenti nel marzo 2024 — un regime che teneva il decennale vicino all’1% — che ha anche segnato la fine dell’ultima politica di tassi negativi al mondo.

Ora, mentre il Paese valuta un ulteriore aumento in un contesto di inflazione elevata da 43 mesi consecutivi sopra il target del 2%, lo spettro di un’ulteriore impennata dei rendimenti obbligazionari si fa più concreto. Anindya Banerjee, responsabile valute e materie prime di Kotak Securities, ha spiegato alla Cnbc che un eventuale ritorno della BoJ al Quantitative Easing e al controllo della curva per frenare i rendimenti potrebbe indebolire ulteriormente lo yen e alimentare l’inflazione importata.

Rendimenti più alti significano anche costi di finanziamento più elevati per il Giappone, aggravando la già fragile posizione fiscale del Paese. L’economia giapponese, la seconda dell’Asia, ha infatti il più alto rapporto debito/pil al mondo, vicino al 230% secondo l’Fmi, anche se in buona parte in mano agli stessi giapponesi.

A questo si aggiunge il fatto che il governo si prepara a varare il più grande pacchetto di stimoli dalla pandemia per contenere il caro vita e sostenere l’economia in difficoltà, alimentando ulteriori timori sulla sostenibilità del debito. Magdalene Teo, responsabile della ricerca sui bond per l’Asia di Julius Baer, ha sottolineato che la nuova emissione di debito da 11,7 trilioni di yen per finanziare la manovra aggiuntiva del governo Takaichi è 1,7 volte superiore a quella emessa nel 2024 sotto la guida del predecessore Shigeru Ishiba. «Questo evidenzia la difficoltà del governo nel bilanciare stimoli economici e sostenibilità fiscale», ha commentato Teo.

Rischi di contagio?

Nell’agosto 2024, lo smantellamento dei carry trade finanziati in yen — causato da un rialzo della BoJ più aggressivo del previsto e da dati macro deludenti dagli Stati Uniti — aveva generato forti turbolenze globali, con il Nikkei crollato del 12,4%, peggior ribasso dal 1987.

Il carry trade consiste nel prendere a prestito in una valuta a tassi molto bassi e investire in attività più remunerative. Lo yen, penalizzato per anni dai tassi negativi, è stata la principale valuta di finanziamento di tali strategie. Oggi però il rialzo dei rendimenti giapponesi sta riducendo il differenziale dei tassi con gli Stati Uniti, alimentando timori di nuove liquidazioni dei carry trade e rimpatrio dei capitali. Tuttavia, gli esperti ritengono improbabile una rivitazione del 2024.

«Il minor differenziale tra Giappone e Usa riduce l’attrattiva dei carry trade in yen, non ci aspettiamo un nuovo shock sistemico come nel 2024. Piuttosto prevediamo fasi di volatilità e deleveraging selettivo», il commento di Masahiko Loo, strategist di State Street Investment Management. Loo ha aggiunto che i flussi strutturali da fondi pensione e assicurazioni vita continuano a sostenere gli investimenti all’estero, rendendo improbabili rimpatri di massa.

Anche Justin Heng, strategist sui tassi nell’area Apac di Hsbc ha confermato che gli investitori giapponesi non stanno riportando capitali in patria: anzi, sono rimasti acquirenti netti di obbligazioni estere. Da gennaio a ottobre 2025 hanno comprato 11,7 trilioni di yen di debito straniero, quasi tre volte i 4,2 trilioni dell’intero 2024. «Il calo dei costi di copertura valutaria, legato ai futuri tagli dei tassi della Fed, incoraggerà ulteriormente l'esposizione estera», ha aggiunto Heng. (riproduzione riservata)



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