Non solo non si vendono gli asset core di Nexi, come la rete nazionale interbancaria, per abbattere i 5 miliardi di debito che sta schiacciando le sue quotazioni a Piazza Affari. Ma c’è la necessità di mantenere integro il perimetro e mettere al sicuro il controllo di tutta la paytech italiana guidata da Paolo Bertoluzzo, perché classificata come infrastruttura strategica nel sistema dei pagamenti italiano ed europeo.
Secondo quanto risulta a Milano Finanza, Cassa Depositi e Prestiti sta studiando un piano per blindare una quota di Nexi che in prospettiva, con l’entrata in vigore del nuovo Tuf (che innalza la soglia d’opa dal 25%), dovrebbe essere di poco inferiore al 30%.
In Via Goito ci sono varie opzioni sul tavolo e quella che al momento starebbe prendendo corpo è l’alleanza con un investitore italiano da formalizzare poi con un patto parasociale. Un accordo sulla falsariga di quello che attualmente lega la controllata del Tesoro con Hellman & Friedman (H&F), Bain e Advent, che però sono fondi di private equity.
Si tratta di operatori - diversi da capitali pazienti e oltretutto extra Ue - che hanno partecipato al processo di costruzione del gigante europeo grazie alle doppie fusioni di Nexi del 2021 prima con Sia e poi con il gruppo danese Nets e dunque soggetti che realizzeranno il proprio investimento. Bain e Advent, per esempio, hanno già iniziato a farlo.
Come eredità della fusione del 2020 con Sia, per cui è stata in cabina di regia per creare il polo nazionale dei pagamenti, Cdp si è ritrovata in portafoglio una partecipazione di Nexi che - anche grazie allo swap con Poste per il 9,81% di Tim (in cambio del 3,78% della paytech) - è via via cresciuta nel tempo, fino all’attuale 19,14%. La quota fa del gruppo guidato da Dario Scannapieco il secondo azionista di Nexi, dietro agli americani di H&F (al 22,2%).
Secondo indiscrezioni Cassa ha messo nel mirino il 3,16% di Mercury Uk, il veicolo con cui Bain, Advent e Clessidra comprarono nel 2015 una quota pari all’89% dell’Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane, poi rinominato Nexi. Bain e Advent - che hanno un altro 6,78% tramite Eagle e un ulteriore 2,24% tramite Ab Europe - sono in uscita: a giugno Mercury Uk è scesa dal 6% al 3,16% ed è il veicolo che già incorpora le plusvalenze. Dunque la scatola pronta a monetizzare l’investimento dei fondi.
Le altre due società, Eagle e Ab Europe, sono invece quelle con cui Bain e Advent erano azionisti di Nets e dove quindi sono presenti valori di carico più elevati. Le fonti riferiscono che il piano di Cassa, ovviamente ben visto dal Mef, non è quello di fermarsi al 22,3% che il gruppo raggiungerebbe rilevando nel breve il pacchetto restante di Mercury, ma di blindare una quota più rotonda.
Per battere la strada dell’alleanza sono stati contattati vari soggetti, fra cui anche grandi family office, in modo da mettere insieme nel medio periodo un pacchetto che sfiori la soglia del 30%. Inoltre il nuovo blocco di azionisti italiani potrebbe contare anche sullo spauracchio del golden power.
C’è di più. Il progetto sarebbe ben visto anche a Bruxelles dove, considerate le dimensioni continentali di Nexi, si teme che un raid da parte di operatori extraeuropei come i giganti americani dei pagamenti Visa e Mastercard o le fintech dei big digitali di Wall Street possano ostacolare la nascita di un colosso comunitario del settore. Con oltre 3,1 milioni di pos per esercenti e 140 milioni di carte, Nexi è presente in più di 25 Paesi, un’infrastruttura al momento snobbata dalla borsa ma da tutelare nel Vecchio Continente. (riproduzione riservata)