A quasi un anno dall’avvio, i fondi di seconda generazione di Neva sgr aggiungono 45 milioni di euro, distribuiti su cinque startup, al totale degli investimenti della società di venture capital del gruppo Intesa Sanpaolo, vicino ai 190 milioni. Lanciati a settembre 2024, Neva II e Neva II Italia sono ancora in fase di raccolta, e lo rimarranno almeno fino alla fine del 2025, per raggiungere l’obiettivo fissato a 500 milioni. In più, per la sgr sono arrivate anche le prime due exit, circa quattro anni dopo l’istituzione dei primi veicoli (Neva First, Neva First Italia e Fondo Sei).
Il portafoglio di Neva, che conta oltre 40 imprese, è stato appena aggiornato con una new entry, la startup svizzero-tedesca Nuclidium che sviluppa una piattaforma radioteranostica a base di rame per la diagnosi e la cura dei tumori. La sgr italiana ha partecipato a un round da 79 milioni di franchi svizzeri (84 milioni di euro), chiuso a metà luglio, nel ruolo di co-lead investor insieme ad Angelini Ventures, Kurma Growth Opportunities Fund e Wellington Partners. Per Neva, che avrà anche un rappresentante nel board (Liliana Norbakk), si tratta di un impegno superiore ai 10 milioni.
«L’operazione Nuclidium si inserisce nel filone delle biotecnologie», racconta Mario Costantini, amministratore delegato e general manager di Neva sgr. «Abbiamo scelto Nuclidium, al termine di una due diligence durata un anno, perché mette insieme diagnostica e terapeutica, ovvero la capacità di individuare il tumore e curarlo con la stessa tecnologia. Nuclidium utilizza isotopi di rame che consentono una precisione maggiore con un minor impatto sui tessuti sani. In più, i costi sono più bassi e la scalabilità maggiore, perché gli isotopi di rame sono disponibili e smaltibili con più facilità rispetto a quelli utilizzati in altre soluzioni radiologiche».
Ma Nuclidium non è l’unico investimento di Neva del settore life science. Anzi, in questo comparto operano anche Betaglue (terapie nucleari), Neophore (immunologia), Kamau e Tr1X (terapie cellulari e staminali), tutte nel portafoglio della società di Intesa Sanpaolo, per la quale il life science è uno dei segmenti chiave insieme a transizione energetica e trasformazione digitale. Da quest’ultimo filone arrivano le due exit realizzate finora dai fondi Neva.
La prima, effettuata alla fine dello scorso anno, riguarda la società di cybersecurity Cyberint, venduta alla multinazionale israeliana Check Point per 200 milioni di dollari con una contribuzione di 14,89 milioni per Neva, come sintetizzato nel bilancio 2024 della sgr. La seconda exit, conclusa nei mesi scorsi, coinvolge Hazy, società che fa dati sintetici, cioè dati che vengono resi anonimi pur preservandone le caratteristiche, comprata da Sas.
«Nel nostro portafoglio il digitale bilancia settori più aggressivi come il nuovo nucleare e le soluzioni mediche innovative», sottolinea il ceo di Neva sgr. «Abbiamo scelto tre aree di investimento: cybersecurity, in cui si inseriva l’investimento in Cyberint, quantum computing con Classiq e software as a service (sas). Con l’evoluzione dai fondi di prima generazione a quelli di seconda abbiamo spostato il focus dal comparto sas alla componente di AI Agents, che sta spingendo maggiormente il mercato, e abbiamo investito, per esempio, in Phosporus».
Nel mondo dell’energia i fondi di Neva hanno scelto, qualche mese fa, di puntare sulla statunitense Commonwealth Fusion System. Questa società «lavora sulla fusione nucleare per replicare il meccanismo delle stelle, con un paradigma completamente nuovo, e generare energia pulita senza le fluttuazioni delle rinnovabili», spiega Costantini. «È un tema cruciale, dobbiamo accelerare sul nucleare di nuova generazione e Commonwealth Fusion System è la società con lo stadio di sviluppo più avanzato al mondo. L’obiettivo è avere la prima macchina dimostrativa nel primo trimestre 2027».
Neva sgr opera in un contesto, quello del venture capital italiano, che sconta un certo ritardo rispetto agli ecosistemi più avanzati, anche se dei progressi - negli anni - ci sono stati. Nel 2024 la raccolta totale del venture capital e private equity italiano è stata di 6,7 miliardi (+77%) con un ammontare investito complessivo di quasi 15 miliardi (83%), secondo i dati Aifi-Pwc. «Il venture capital è una delle vie più potenti e collaudate per costruire un vantaggio competitivo, come Stati Uniti e Cina hanno dimostrato. Questa consapevolezza ora c’è anche in Italia e in Europa e, anche se con grande ritardo, si sta lavorando per far avere capitali pubblici e privati al sistema», conclude l’ad di Neva sgr. (riproduzione riservata)