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Nel primo anno di Trump la scommessa sul bitcoin è persa (-18%). E a stravincere è l’oro (+94%)

di Raffaele Crocitti
27 gennaio 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 06:58

In campagna elettorale il tycoon prometteva che gli Usa sarebbero stati la capitale delle criptovalute

«Our golden age has just begun», con queste parole Donald Trump apriva il suo secondo mandato il 21 gennaio 2025, nella trionfale cerimonia dell’Inauguration Day.

Sebbene Trump parlasse di «età dell’oro» in senso figurato, a un anno di distanza la promessa è stata mantenuta in senso letterale: senza alcun dubbio il 2025 è stato infatti l’anno dell’oro come bene rifugio (+94%).

Il bitcoin, valuta su cui Trump si era speso molto in campagna elettorale, ha invece perso il 17,6% del suo valore da quando il Tycoon ha rimesso piede nella Casa Bianca.

L’incertezza sui mercati che lo stesso Trump ha contribuito ad alimentare tra dichiarazioni e smentite, dazi e blitz militari ha fatto schizzare il prezzo dell’oro oltre i 5.100 dollari l’oncia: valore quasi raddoppiato rispetto alla data di insediamento del tycoon, quando si attestava a 2.638.

La discesa del bitcoin sotto la presidenza Trump

Al contrario, con la nuova amministrazione repubblicana alla Casa Bianca il bitcoin si è mosso col passo del gambero. A 12 mesi di distanza, la frase pronunciata in campagna elettorale «farò degli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute» suona in effetti come la più clamorosa tra le false profezie di Trump.

I numeri parlano chiaro: nell’ultimo anno il bitcoin è sceso sotto quota 90 mila dollari partendo dai 106.157 del 21 gennaio 2025.

Nonostante una graduale crescita nel periodo primaverile e una stabilizzazione durante l’estate, la regina delle cripto ha innestato la retromarcia da ottobre, con la giornata di venerdì 10 che ha rappresentato il peggior sell-off mai registrato nella storia delle criptovalute: circa 19 miliardi di dollari in fumo, in risposta all’annuncio di un dazio aggiuntivo del 100% sulle importazioni cinesi, poi come d’abitudine ammorbidita quando ormai il danno era fatto.

Nell’anno dei dazi regna l’incertezza

Proprio in tema dazi, nel primo giorno di mandato Trump aveva promesso «enormi quantità di denaro che affluiranno nel nostro Tesoro, provenienti da fonti straniere».

Concetto poi esplicitato il 2 aprile successivo con il «Liberation Day», che ha tuttavia innescato il crollo dell’S&P 500 e del Nasdaq e il picco del Vix, il cosiddetto indice della paura, arrivato a 52 punti dai 15,8 del 21 gennaio.

Movimenti bruschi poi ampiamente recuperati in poco tempo: l’S&P 500 e il Nasdaq sono infatti passati in 12 mesi da 6.049 a 6.875 e da 19.756 a 23.224 punti, con rally che stanno continuando anche negli ultimi giorni. Crescite sospinte dagli impressionanti numeri delle aziende tech, i cui ceo erano ad applaudire Trump nella cerimonia d’insediamento alla Casa Bianca.

Rispetto al Liberation Day, anche il Vix è tornato nel suo alveo. Nel primo anno di Trump è passato da 15,8 a 20,1, con il picco, come detto, oltre 50 nel giorno dei dazi. Adesso si attesta a 16,5, beneficiando delle smentite di Trump in riferimento a un conflitto armato con l’Europa per la Groenlandia.

Il timore innescato dalle tariffe imposte dall’amministrazione Trump ha peraltro frenato il transito di capitali esteri negli Usa: sui mercati si è addirittura diffuso il mantra «Sell America», con gli investitori privati che hanno iniziato ad alleggerire i portafogli da asset americani, diversificando su piazze meno tradizionali.

Nelle ultime settimane, come arma ritorsiva, gli Stati europei sono arrivati a paventare la cessione dei T-Bond americani, il cui rendimento, data la sfiducia verso gli Usa, è cresciuto del 5,33% negli ultimi tre mesi. (riproduzione riservata)



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