?Non è più tempo di «dividendi della pace», dice il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Il 2025 segna il punto di non ritorno per l’Alleanza Atlantica, che sotto la guida di Rutte archivia definitivamente l’era del 2% del Pil come tetto massimo della spesa nazionale per la sicurezza per proiettarsi verso una nuova, ambiziosa e costosa frontiera: il 5% del prodotto interno lordo entro il 2035.
Nella Relazione Annuale presentata giovedì 26 marzo, il Segretario Generale della Nato ha tracciato il bilancio di un anno «decisivo», segnato dal consolidamento del sostegno all’Ucraina, giunta al quinto anno di guerra, e da una ristrutturazione profonda della postura difensiva sul fianco est.
Le spese per la difesa della Nato si sono attestate nel 2025 al 2,77% del Pil totale dell’Alleanza atlantica, secondo il rapporto annuale. Per Europa e Canada (quindi esclusi gli Stati Uniti), questa percentuale scende al 2,33% del prodotto interno lordo, mentre gli Stati Uniti hanno speso in difesa il 3,19% del proprio Pil. Le spese per la difesa di Europa e Canada sono cresciute del 19,6% rispetto all’1,97% del 2024. Nel complesso, l'Alleanza atlantica ha speso nel 2025 il 6,19% in piú rispetto al proprio Pil in spese per la difesa.
Circa la spesa militare italiana, nel 2025, Roma ha ufficialmente raggiunto la soglia del 2,01% del pil, un traguardo inseguito per oltre un decennio. In termini assoluti, si tratta di circa 45 miliardi di euro, con una crescita del 32,97% rispetto all’1,52% di spesa sul pil registrato nel 2024.
Nonostante il record storico, Rutte è stato chiaro: «Il 2% è ormai il pavimento, non il soffitto». Il nuovo Piano di Investimento dell’Aja prevede che, entro dieci anni, il 3,5% del pil vada alla difesa di base e l’1,5% alla resilienza civile e innovazione. «L’Italia ha dimostrato di riconoscere il mutato contesto di sicurezza», ha commentato Rutte, «ma dobbiamo mantenere lo slancio in vista del prossimo vertice di Ankara» il 7-8 luglio.
Il quadro geopolitico descritto dal Segretario Generale resta fosco. La Russia è definita la «minaccia più diretta», sostenuta da un asse che comprende Cina, Corea del Nord, Iran e Bielorussia. Ma non è solo il fronte ucraino a preoccupare: Mosca è accusata di attività sempre più «avventate», tra sabotaggi, attacchi cyber e violazioni dello spazio aereo.
Per rispondere a queste provocazioni, la Nato ha attivato nel 2025 due nuove missioni di vigilanza: Baltic Sentry, per la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, ed Eastern Sentry, per blindare il fianco orientale con forze pronte al combattimento in terra, mare e aria.
Sul fronte del conflitto, la novità principale è l’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine Requirements List). Si tratta di un meccanismo di coordinamento che permette di incanalare verso Kiev gli equipaggiamenti pesanti americani, ma finanziati direttamente dagli altri Alleati. Un modo per garantire all'Ucraina la «potenza di fuoco che solo gli Stati Uniti possono fornire su larga scala», mantenendo però equa la distribuzione dei costi.
L’obiettivo adesso è trasformare l’Alleanza in un hub industriale transatlantico, accorciando le distanze tra le industrie della difesa europee e americane. «Non c’è spazio per l’autocompiacimento», ha ammonito Rutte, che poi ha ricordato il ruolo «decisivo» svolto dall’amministrazione Trump: «Senza l’attuale presidente americano, grandi economie come Spagna, Italia, Belgio e Canada non avrebbero raggiunto il 2% entro la fine del 2025».
Con una spesa complessiva della Nato che nel 2025 ha superato i 1.400 miliardi di dollari, l’Occidente sta riarmando a ritmi che non si vedevano dalla Guerra Fredda. La scommessa è che questo enorme investimento basti a gestire un conflitto sempre più allargato. (riproduzione riservata)