Il venture capital di A2A diventa una società autonoma. La nuova «scatola» si chiama A2A Life Ventures e raccoglie l’eredità del progetto avviato dalla life company nel 2020, per investire in tecnologie per la transizione energetica e l’economia circolare. «Da oggi A2A Life Ventures esternalizza quello che in questi anni abbiamo realizzato al nostro interno», spiega l’amministratore delegato di A2A Life Ventures, Patrick Oungre. «Il programma finora ha investito in 70 realtà, allocato 80 milioni di euro e ne ha già investiti 40. Grazie a questi fondi le startup hanno assunto 1.800 persone, di cui 800 in Italia».
Con questa operazione gli investimenti in startup innovative vengono isolati in una società a sé, parte della holding ma staccata dalla utility, rispetto alla quale ha anche un livello di rischio diverso: per gli investitori A2A è una società a rischio tendenzialmente basso, mentre il venture capital – per definizione – ingloba un livello di rischio più alto.
«Societarizzare il venture capital serve intanto per fare ordine: le attività erano ormai tante e il team, partito con cinque persone, ora ha 80 addetti. Abbiamo brevetti e investimenti che cominciano a essere fonti di ricavo, quindi è anche importante dimostrare all’interno del gruppo che l’attività di innovazione non è un peso, ma può essere una fonte di ricavo e poi dare un messaggio verso l’esterno», aggiunge Renato Mazzoncini, amministratore delegato e direttore generale di A2A.
L’iniziativa centrale del programma di corporate venture capital, da cui prende avvio la società, è 360 Life, sviluppata insieme a 360 Capital e articolata in due fondi: 360 Life I, che ha sostenuto otto startup in Italia ed Europa, e 360 Life II che ha raggiunto un primo closing a 140 milioni a inizio 2025 e ha un target di 200 milioni che conta di centrare nei prossimi mesi. Al fondo hanno aderito realtà come De Nora, Cdp Venture Capital e Bpifrance. Nel portafoglio ci sono startup come Energy Dome, Greyparrot, Circular Materials e Enspired.
In più, la nuova società si basa su un modello definito «circular growth». Attraverso «il disinvestimento delle partecipazioni nei fondi, o gli investimenti diretti che faremo, creeremo dei flussi di cassa che ci consentiranno di alimentare la macchina di A2a Life Ventures. Unitamente ai ricavi dalla vendita di asset, royalties o licence degli asset che realizzeremo», precisa Oungre.
L’iniziativa di A2A si inserisce in un contesto non ancora molto sviluppato. Nel 2024 i corporate venture capital italiani hanno partecipato a 15 round (circa il 4% del totale), per una raccolta complessiva di 69 milioni, secondo i dati di Italian Tech Alliance. In Europa, invece, i corporate venture capital partecipano in media al 20% dei round.
Più in generale, l’ecosistema italiano del venture capital mostra ancora un gap rispetto ad altri mercati. «In Italia si investe in startup quattro volte meno che in Francia», ricorda Emanuele Levi, amministratore delegato di Cdp Venture Capital. «Un ecosistema che funziona offre capitali adeguati in tutte le fasi di vita delle aziende, dal seed alla serie A, serie B e C. In Italia a livello di seed penso ci sia un’offerta adeguata, ma manca la parte dalla serie B in poi», ovvero fondi capaci di investire fino a 50 milioni in un round. «E non bisogna cadere nell’errore di pensare che manchi la domanda. La domanda è in funzione dell’offerta in questo business. La Francia ha svoltato nel 2015 quando ha iniziato ad avere più capitali per il late stage e nel 2025 si è ritrovata con 35 unicorni», conclude Levi. (riproduzione riservata)