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Il ceo del Banco Bpm Giuseppe Castagna
Il ceo del Banco Bpm Giuseppe Castagna
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Mps, Tesoro e casse previdenziali giocano d’anticipo sul terzo polo con Banco Bpm

29 agosto 2025, 22:00 Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2025, 08:39

Il probabile successo della scalata del Montepaschi su Mediobanca rilancia la costruzione di un altro grande gruppo insieme a Banco Bpm. Così in Piazza Meda gli istituti previdenziali provano a giocare d’anticipo

Tramite un rilancio cash, Montepaschi dovrebbe agevolmente mettere le mani sul 35% di Mediobanca. Il probabile successo della scalata di Rocca Salimbeni sulla merchant bank riapre poi la prospettiva della creazione del terzo polo bancario, un progetto ben visto dal ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti. Dando per scontata la conquista di Piazzetta Cuccia, poco prima della partenza dell’ops, lo stesso amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio aveva spiegato che l'operazione avrebbe «anche creato i presupposti per una seconda fase di crescita».

Il disegno del Mef sul terzo polo bancario

Non è un mistero che a novembre dello scorso anno, al momento cioè della vendita della terza tranche pubblica (15%) di Montepaschi da parte del Mef, in Via XX Settembre si ragionasse sulla costruzione di un mercato bancario più concorrenziale da contrapporre al duopolio Intesa Sanpaolo-Unicredit. Nell’era del risiko del credito gli addendi sono spesso cambiati, ma il catalizzatore pro-concorrenza è sempre stato lo stesso: la nascita del terzo grande gruppo bancario del Paese, stavolta grazie alle nozze fra il Monte e Banco Bpm. Il primo è insediato in Toscana, con propaggini nell'Italia centrale.

Il secondo, invece, è forte nell’area lombardo-veneta locomotiva economica del Centro-Nord, più Piemonte ed Emilia Romagna e proiettato in quelle settimane a dar vita anche al terzo polo della gestione del risparmio con l’opa sull’asset manager Anima. Per il Tesoro era pure il modo per disegnare la discesa sotto il 20% da Siena e poi l’exit, rispettando gli impegni fissati da Bruxelles e favorendo la costituzione nel capitale di Mps di un nocciolo duro di azionisti italiani, fra cui Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, e il gruppo romano Caltagirone. La quota maggiore (il 9%) era andata proprio alla banca di Piazza Meda (5%) e alla controllata Anima (4%). A Via XX Settembre era rimasto in portafoglio l’attuale 11,7%.
 

«Abbiamo portato a termine un’azione importante come avevamo annunciato nelle sedi istituzionali prevedendo la realizzazione di un’operazione di politica bancaria e finanziaria italiana volta a rafforzare l’azionariato di un player importante nel mercato del credito in modo serio e riservato come da sempre dichiarato in questi due anni di governo», aveva dichiarato Giorgetti al termine della vendita del mega pacchetto azionario. Il successivo blitz di Unicredit sul Banco - smontato poi dal golden power del governo - ha solo ritardato le manovre per la costruzione del terzo polo bancario che potrebbe far leva anche sul business del wealth management e del corporate&investment banking di Mediobanca.

Il nuovo grande capitolo del risiko del credito non è dietro l’angolo. Prima, Montepaschi dovrà chiudere la partita Mediobanca. Un’operazione che solo a seconda delle adesioni all’ops potrà procedere a una fusione che velocizzerebbe l’integrazione della merchant bank guidata da Alberto Nagel, consegnando una certa struttura del capitale con diversi pesi dei soci Delfin e Caltagirone. In alternativa, i tempi si allungherebbero costringendo nei prossimi mesi l’istituto toscano a comprare altri pacchetti azionari di Piazzetta Cuccia.

Invece in Piazza Meda a Milano - dove ad aprile del prossimo anno si rinnoverà il consiglio di amministrazione - sono fortemente cresciuti, dopo il primo affaccio del 2022, i francesi del Crédit Agricole. La Banque Verte ha messo in portafoglio il 19,8% (ora è al 20,1% tramite derivati). A inizio luglio ha chiesto alla Bce di superare la soglia del 20% per fermarsi a un soffio dal 25%, superato il quale scatterà l’obbligo di opa.

Per l’Agricole la scalata sul Banco è uno scenario

Per ora la mossa è stata giustificata da Parigi come un’escamotage contabile ai fini patrimoniali, mossa che però ne ha consolidato il ruolo di primo azionista. «Potrebbe esserci una fusione tra due banche italiane: Banco Bpm e Crédit Agricole Italia. Quindi un’operazione italiana, anche se oggi ogni valutazione è ancora prematura», ha addirittura ragionato tre settimane fa il ceo del Banco Giuseppe Castagna, guardando al socio francese con cui già collabora industrialmente sul credito al consumo (Agos) e sulla bancassurance. E all’Agricole non hanno nascosto che un m&a con Bpm, finalmente libera dalla passivity rule, è uno scenario.

Insomma, non si parla ancora di minaccia transalpina anche perché il gruppo guidato da Olivier Gavalda si mosso fino ad ora in maniera ordinata e senza strappi, concordando le mosse con Palazzo Chigi. A Roma però si comincia a guardare alla seconda fase del risiko bancario che dal Monte porta al Banco e l’Agricole non fa parte del disegno.

Il Tesoro resterà in Mps anche dopo le nozze con Mediobanca

Così come rivelato da MF-Milano Finanza, oltre che per recuperare parte della minusvalenza miliardaria nell’investimento senese, il Tesoro resterà azionista della banca toscana dopo l'integrazione di Piazzetta Cuccia anche per presidiare politicamente la creazione del terzo polo bancario. In questa fase ci sono altri attori ancora in movimento, risultati determinanti in questi mesi nella realizzazione delle visioni del governo. Sono le casse previdenziali che gestiscono 125 miliardi di patrimonio complessivo. Quello delle fondazioni bancarie si aggira intorno ai 42 miliardi. 

Enasarco prepara l’ingresso nel patto di Banco Bpm

Secondo quanto risulta, sono in corso dei ragionamenti sul cercare di rimpinguare il patto di consultazione fra enti previdenziali e fondazioni bancarie (al 6,51%) nel capitale di Bpm. A fare il proprio ingresso nell’accordo parasociale dovrebbe essere nei prossimi mesi Enasarco che di Piazza Meda ha l’1,5%. L’ente che eroga le pensioni agli agenti di commercio è ora fuori patto. L’accordo era nato a fine 2020 per tutelare le quote degli investitori istituzionali italiani per giocare un ruolo nella governance dei futuri assetti in vista del risiko bancario.

Fino al 2024 aveva acquistato importanza come raggruppamento tricolore da contrapporre alle ambizioni dei francesi, ma poi l’uscita della Fondazione Crt che aveva venduto il proprio 1,8% ne aveva ridotto il peso dall'iniziale 8,6%. Il patto riunisce Enpam (1,99%), Cassa Forense (1,66%), Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (1,24%), Inarcassa (1,03%), Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria (0,5%), Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi (0,067%) e Fondazione Cassa di Risparmio di Reggio Emilia Manodori (0,0293%). Nel board di Piazza Meda è rappresentato dal presidente dell’Enpam Alberto Oliveti e dalla docente universitaria Paola Ferretti.

Fondazioni Lucca, Carpi e Manodori in uscita dall’accordo parasociale

L’ingresso dell’Enasarco - che ha giocato un ruolo organico alle altre casse e al governo nella partita senese in Mediobanca - servirà anche a controbilanciare la probabile uscita dal patto di Fondazione Lucca e dei due enti emiliani: Lucca, Carpi e Manodori sono desiderose di realizzare l’investimento in Banco Bpm dopo la cavalcata del titolo di Piazza Meda, che dal 2020 ha quintuplicato il valore.

Il trasferimento della sede di Miria dal Lussemburgo all’Italia

Con l’adieu di questo terzetto mancherebbe all’appello un 1,33% che verrebbe dunque più che compensato dall’adesione dell’Enasarco dove si prepara il trasferimento dal Lussemburgo all’Italia della sgr in house Miria. Il motivo? Mettere a servizio degli altri enti previdenziali la piattaforma anche per un futuro ruolo corale negli investimenti del mondo casse. Non è intenzionata a entrare invece nel patto CariVerona (0,2%), che Crt aveva provato tre anni fa a coinvolgere nell’accordo parasociale.

Servirà anche l’orientamento di azionisti italiani nel capitale del Banco per facilitare la realizzazione del progetto del terzo polo caro al governo, nozze che diluirebbero il peso dei francesi, contribuendo a blindare allo stesso tempo in mani nazionali il nuovo gruppo da oltre 43 miliardi di capitalizzazione. Oltre al Mef, a Siena ci sono poi Delfin, il gruppo Caltagirone e si vocifera di nuovi azionisti imprenditori e family office italiani pronti ad entrare nel libro soci del Montepaschi. Si fa il nome di Bernardo Vacchi (Ima) e della Mais di Isabella Seragnoli. (riproduzione riservata)



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