Un rompicapo di governance, due settimane per risolverlo. In mezzo, confronti tra manager e grandi soci, e soprattutto l’opinione del mercato. Che ancora una volta orienterà l’esito della partita che il ceo di Mps Luigi Lovaglio dovrà giocare dopo la conquista Mediobanca.
Lunedì 22 terminano i tempi supplementari dell’opas vittoriosa su Piazzetta Cuccia e si vedrà quante azioni saranno effettivamente apportate all’offerta. Venerdì 19 le adesioni erano balzate al 70,5% del capitale dal 62,3% conferito nella prima fase della scalata terminata l’8 settembre. Secondo le stime, l’asticella potrebbe spingersi ancora più su e superare l’80%.
La percentuale finale peserà sulle scelte di Mps, a partire da quella più delicata e immediata: chi nominare al vertice di Piazzetta Cuccia al posto del dimissionario ceo Alberto Nagel, che quell’opas ha contrastato con ogni mezzo. Il comitato nomine comincerà a entrare nel vivo dei lavori da martedì 23, affiancato dall’head hunter Korn Ferry. Il tempo stringe: la lista va depositata entro i 3 ottobre per poter essere votata all’assemblea di Mediobanca già convocata per la tradizionale seduta del 28 ottobre come volle il fondatore, l’antifascista Enrico Cuccia.
Lovaglio e il presidente Nicola Maione dovranno seguire la selezione dei profili, dialogare con i grandi soci e condividere con la Bce le proposte. E la tempistica non è l’unico ostacolo: secondo più fonti vicine al dossier, il vertice del Monte affronterà almeno sei incognite non banali.
La prima riguarda il futuro di Piazzetta Cuccia, a cominciare dal delisting o meno della merchant bank. Se le adesioni non superassero il 90%, teoricamente Mps potrebbe decidere di tenere la banca quotata a Piazza Affari. Ancora più probabile sarebbe questo esito se le adesioni si fermassero non lontane dalla quota attuale.
Disponendo di una minoranza nel capitale e di un flottante che varebbe comunque miliardi di euro, restare in borsa potrebbe essere considerato più vantaggioso, soprattutto per l’alto valore segnaletico che la mossa avrebbe per il mercato e i dipendenti. Farebbe insomma come Banco Bpm (peraltro azionisti di Mps) con Anima: arrivata all’89% della sgr milanese con un’opa, Piazza Meda ha deciso di mantenere comunque quotata la società.
Oltre il 90% però il flottante sarebbe troppo esiguo, facendo del delisting una strada obbligata. Ma non è scontato che l’asticella salga così in alto. Secondo i pronostici di alcuni banker, una parte del 12% di retail rimasto nel capitale e qualche storica famiglia pattista potrebbero non aderire all’offerta di Siena.
L’altro dilemma è quello della fusione. Integrare la merchant bank in Mps potrebbe accelerare sinergie e risparmi e consentirebbe di scambiare titoli con titoli, evitando così un ulteriore esborso di contanti varando un’opa residuale. Ma una fusione in tempi brevi potrebbe allarmare i banker di Piazzetta Cuccia spingendoli alla fuga, mentre invece Lovaglio punta a trattenerli anche con incentivi ad hoc.
Secondo alcune fonti a conoscenza del dossier, Siena opterebbe per una via di mezzo: attendere almeno alcuni mesi prima di fondere Mps e Mediobanca per poi spostare le attività di investment e private banking in una controllata autonoma dotata di licenza bancaria e interamente posseduta dal Monte, come Mediobanca Premier.
Qualunque sarà la scelta, delisting e fusione avranno un impatto diretto sulla lista e sulla scelta del futuro capo azienda. Il profilo di un ceo di società quotata sarà diverso da quello di un capo-divisione, e un mandato di pochi mesi avrà per i candidati un’attrattiva diversa rispetto a un incarico pieno di tre anni.
La composizione del board rappresenta la terza incognita. Secondo quanto si apprende, se l’asticella delle adesioni si fermasse sotto l’80%, il cda potrebbe continuare ad avere 15 posti come ora, mentre se la percentuale salisse il numero delle poltrone potrebbe scendere a 13 o anche addirittura a undici. E avere a disposizione più o meno poltrone incide sulla divisione dei posti tra gli azionisti di riferimento di Mps (Delfin, Caltagirone, Banco Bpm, Tesoro).
Il ruolo del Tesoro, rimasto azionista con il 4% (dall’11,7%) con l'arrivo dei nuovi soci ex Mediobanca, rappresenta un quarto nodo da sciogliere. Chiederà suoi rappresentanti in Piazzetta Cuccia? C’è chi ritiene di no, anche se non c’è stata ancora una comunicazione formale in tal senso. Vero è che via XX Settembre starebbe mollando la presa sulla governance per lasciare spazio ai soci privati.
Alcuni dei banchieri coinvolti nella selezione avrebbero sollevato il tema dei piani di stock option legati ai loro attuali incarichi. Salire in pochi giorni al vertice di Mediobanca comporterebbe la rinuncia alle opzioni maturate, che spesso rappresentano una fetta rilevante della remunerazione. Siena sarà disposta a compensare le eventuali perdite con bonus o assegnazioni azionarie ad hoc? Per adesso non c’è una risposta, ma il nodo potrebbe incidere sulla scelta del futuro ceo.
Nella scelta dei profili dovranno essere rispettati i requisiti di professionalità e onorabilità previsti dalla vigilanza Bce, il cosiddetto fit and proper. Una prima condivisione dei nomi con la Bce sarebbe attesa già la prossima settimana, anche se l’istruttoria vera e propria partirà dopo il deposito della lista.
L’ipotesi del responsabile Imi-Cib di Intesa Sanpaolo, Mauro Micillo, si sarebbe sgonfiata ma resta valido il profilo di un investment banker di profilo internazionale. I nomi che circolano sono quelli di Francesco Pascuzzi, country head Italia e partner di Goldman Sachs, di Giorgio Cocini, managing director Italia, Francia e Penisola Iberica di Pimco, di Guido Maria Nola, responsabile mercati privati di Poste. Si parla anche di un manager di transizione reclutato dalle file di Mediobanca come l’attuale dg Francesco Saverio Vinci e il ceo di Premier, Gian Luca Sichel. Ma i grandi soci di Siena su questo sembrano tutt’altro che allineati. (riproduzione riservata)