Finora è stata una campagna quasi a senso unico: nell’ops da 13,3 miliardi proposta da Mps ai soci di Mediobanca, di fatto ha parlato esclusivamente la banca senese. Come sui campi di battaglia, è l’attaccante a prendere il terreno all’inizio. Ma ora Piazzetta Cuccia avvia la controffensiva. Obiettivo di conquista: il voto degli investitori internazionali. Mentre nelle retrovie diplomazie e pontieri esplorano possibili strade di mediazione, sebbene difficili da praticare.
Prima il lancio dell’ops, venerdì 24 gennaio; poi l’avvio del roadshow con l’assistenza di Jp Morgan e Ubs. Anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha incontrato Rob Kapito, presidente di BlackRock, il colosso americano del risparmio gestito che è azionista di gran parte delle banche italiane. Infine, giovedì 6, la presentazione dei conti 2024 di Rocca Salimbeni, con Lovaglio che ha colto l’occasione per ribadire le ragioni della mossa a sorpresa sulla banca d’affari fondata da Enrico Cuccia nel 1946.
Alla banca senese, che ha chiuso l’anno con 1,95 miliardi di utili e 1 miliardo di cedole, Lovaglio vuole collegare le varie parti di Mediobanca come il credito al consumo e il wealth management, mantenendo il marchio nell’investment banking. In più vuole portarsi a casa il 13% di Generali che ad oggi – ha sottolineato Lovaglio – vale il 40% circa degli utili dell’intera banca sotto attacco.
E Mediobanca come ha reagito? Il primo responso è stato di offerta «non concordata e da ritenersi ostile e contraria agli interessi di Mediobanca». Secondo l’istituto guidato da Alberto Nagel sarebbe a vantaggio solo di alcuni azionisti, ovvero Francesco Gaetano Caltagirone e la holding della famiglia Del Vecchio, Delfin. L’intreccio in effetti è da far perdere la testa: la «confusione» evocata dal ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina.
In Mediobanca Delfin detiene il 20% e Caltagirone il 7%, mentre in Mps Delfin è il primo azionista privato con il 10% e Caltagirone ha il 5%. In Generali – vero nodo della contesa – Delfin detiene il 10% e Caltagirone il 7%. Quest’ultimo poi è in Anima con il 5%, che a sua volta possiede il 4% di Mps, e anche in Banco Bpm, che ha in corso un’opa su Anima ed è anche socio di Mps.
Da lunedi 10, quando presenterà i conti semestrali, Nagel proverà a smontare la sostenibilità dei conti di Mps nel confronto con i fondi internazionali azionisti di Mediobanca. Già giovedì fonti vicine a Piazzetta Cuccia rilevavano la forte dipendenza di Mps dal margine di interesse, che è visto in calo dagli analisti, e l’assenza di fabbriche-prodotto. I voti del mercato sono fondamentali.
Il 17 aprile ci sarà il primo snodo con l’assemblea straordinaria di Mps che dovrà approvare l’aumento di capitale al servizio dell’ops. Il fronte Caltagirone-Delfin vale il 15%, il Tesoro ha un altro 11,7%. Poi ci sono Anima con il 4% e Banco Bpm con il 5%.
Sulla carta è quasi un 35% ma serviranno comunque i voti degli investitori istituzionali. Il loro «sì» verrebbe considerato un viatico per il successo: se votano l’aumento, sono convinti dell’operazione. Anche se poi bisognerà vedere effettivamente i concambi sul mercato, l’eventuale rilancio cash da parte di Siena e soprattutto le condizioni che la Bce potrà imporre.
Qui c’è un punto che potrebbe rivelarsi dirimente, un autentico «game changer». A metà febbraio Siena depositerà in Consob il prospetto informativo sull’ops: da esso si capirà fra le altre cose quale sia l’effettiva soglia per la validità dell’ops, oggi indicata al 66,7%.
Come ha rivelato MF-Milano Finanza sabato 1 febbraio, quella soglia può essere ridotta anche al 50% più un’azione. Ma l’ops lanciata da Bper sulla Popolare di Sondrio venerdì 7 ha cambiato lo scenario: l’istituto guidato da Gianni Franco Papa si accontenterà anche del 35% del capitale, un livello minimo che evidentemente la Bce ha già fatto capire di poter accettare.
Se anche Mps decidesse di accontentarsi di tale quota di adesioni all’ops, sulla carta avrebbe già vinto. Anche perché alcuni soci storici come la famiglia Gavio, che fa parte del patto di consultazione che raccoglie l’11%, per non schierarsi ha cominciato a vendere: per di più a prezzo di mercato di 16 euro, superiore al concambio iniziale proposto a Siena, che venerdì 7 peraltro non esprimeva più un premio ma uno sconto di oltre il 10%.
L’altra data da cerchiare in rosso sarà l’8 maggio, giorno dell’assemblea di Generali. Caltagirone e Delfin presenteranno una loro lista, tanto che è girato anche il nome di Marco Morelli come candidato ceo al posto di Philippe Donnet, che sarà invece ricandidato nella lista di Mediobanca.
Nessuno ha la certezza della vittoria. Anche qui saranno contesi i voti del mercato, a cominciare dal 4% con cui Unicredit si è ritagliato un ruolo di ago della bilancia. Ma ci sono margini per un compromesso? L’obiettivo di Caltagirone, più che Nagel, è Donnet, «colpevole» del varo della recente joint venture con Natixis osteggiata dall’ingegnere-editore romano. L’ops su Siena è un oggettivo elemento di pressione su Mediobanca per la sua sostituzione.
Ma dato che i tempi non coincidono e appunto c’è incertezza sui risultati, investment banker ed esperti pensano a soluzioni di compromesso. Una delle ipotesi è l’assegnazione ai soci Mediobanca delle azioni Generali di sua proprietà. È un progetto studiato anche da Piazzetta Cuccia tre anni fa ai fini di uno scambio con Banca Generali. Ora potrebbe essere riproposto per salvaguardare l’autonomia della banca, che però ne uscirebbe snaturata nell’assetto patrimoniale e nei conti e per questo difficilmente potrà essere accettata dal management.
Per di più anche tale mossa – che implicherebbe poi uno stravolgimento dell’offerta di Mps – dovrebbe passare dall’assemblea straordinaria di Piazzetta Cuccia. E sebbene Caltagirone e Delfin abbiano quasi il 30%, l’ultima parola spetterebbe sempre al mercato. (riproduzione riservata)