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Mps-Mediobanca, dietro l’ops interessi convergenti di Lovaglio, Caltagirone, Delfin e governo. E Nagel si protegge con il mercato
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Mps-Mediobanca, dietro l’ops interessi convergenti di Lovaglio, Caltagirone, Delfin e governo. E Nagel si protegge con il mercato

24 gennaio 2025, 21:00 Ultimo aggiornamento: 25 gennaio 2025, 10:28

Il ceo di Mps Luigi Lovaglio candida Siena a terzo polo con un’offerta da 13,3 miliardi su Mediobanca grazie a una fortunata concordanza di eventi e appoggi. Il piano è ambizioso. A suo favore ha governo, Francesc Gaetano Caltagirone, Delfin. Ma deve fare i conti la resistenza del ceo di Mediobanca Alberto Nagel. E con il mercato | Ecco come si muoveranno i titoli del credito e gli assicurativi dopo il blitz di Luigi Lovaglio | L'editoriale di Roberto Sommella - Il ruolo del governo insieme arbitro e giocatore nello scontro

Mai forse operazione finanziaria ha raccolto una tale convergenza di interessi e contemporaneamente interpretazioni tecniche, di mercato e strategiche tanto contrapposte. Ma quando c’è di mezzo Mediobanca, quando c’è di mezzo un istituto dalla storia di Mps, quando in campo ci sono due miliardari come Francesco Gaetano Caltagirone e la famiglia Del Vecchio con il corollario di Tesoro e governo e, sullo sfondo, il controllo delle Generali, tutto è possibile.

E così, se l’ops lanciata venerdì da Montepaschi su Piazzetta Cuccia ha reso quantomai fluido il quadro del potere finanziario italiano, nella coraggiosa (o azzardata, per i detrattori) mossa del ceo Luigi Lovaglio ci sono alcuni punti fermi. Che sono altrettanti snodi che possono orientare in un senso o nell’altro un’operazione destinata in ogni caso a cambiare lo scenario bancario.

La corsa a ostacoli di Lovaglio

Il banchiere 69enne ha nel suo curriculum una grande esperienza in Unicredit, dove in Polonia ha creato il fenomeno Pekao, e poi in Italia dove ha guidato il Creval in direzione del Credit Agricole ottenendo risultati enormi per gli azionisti che gli hanno dato fiducia. Lovaglio è arrivato in Mps nel 2022, in un momento nero per l’istituto alle prese con un ennesimo difficile aumento di capitale da 2,5 miliardi, e non solo è riuscito a trovare i soldi ma (grazie anche al rialzo dei tassi e alle assoluzioni degli ex vertici che hanno spazzato via miliardi di cause legali per danni) ha più che triplicato il titolo, da 2 euro ai 6,5 euro di venerdì.

Ora si gioca questa partita «trasformativa» dell’istituto senese, di cui vuole difendere innanzitutto la forza del brand. Lovaglio ha in mente un progetto «innovativo» per l’Italia, con la creazione del vero terzo polo bancario. Un progetto che ha in mente – ha rivelato agli analisti – da dicembre 2022, una volta portata a casa la ricapitalizzazione.

La soluzione più complessa

Lovaglio aveva a disposizione tre strade: la banca stand alone, un’aggregazione alla pari, un’opa su Mediobanca. Due anni dopo ha scelto questa terza strada, la più difficile ma anche la più sfidante. Ne ha parlato con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, suo primo azionista con l’11,7% dopo la vendita dell’ultima tranche finita in mano a Banco Bpm, Anima, Caltagirone e la holding Delfin degli eredi di Leonardo Del Vecchio. La non opposizione del ministro («assolutamente lineare, totalmente trasparente e nell'interesse dell'economia italiana», ha definito l’ops venerdì sera Giorgetti) lo ha spinto a rompere gli indugi, grazie anche al supporto degli advisor Ubs e JpMorgan, colossi internazionali in grado di parlare con i mercati.

Il momento ideale per comprare

Per la banca presieduta da Nicola Maione il momento era dunque più che propizio: Banco Bpm è impegnato nell’opa su Anima ma a sua volta è sotto scacco di Unicredit; Intesa Sanpaolo ha scarsi margini di manovra per i vincoli antitrust; Mediobanca è distratta dall’operazione Generali-Natixis sull’asset management osteggiata dal fronte Caltagirone-Delfin, soci pesanti sia in Piazzetta Cuccia (insieme hanno il 30%) sia in Generali (oltre il 15%); le stesse Generali sono alle prese con un quantomai incerto iter per il rinnovo del board, tra tentativi di lista unica e una possibile riedizione dello scontro tra liste contrapposte; Bper è concentrata in una partita tutta sua sotto l’ala protettrice di Unipol, a sua volta rimasta fuori dal risiko anche per una certa distanza dal governo sovranista.

Per di più Mps ha 2 miliardi di capitale in eccesso, azioni ben valutate e un tesoro sotto forma di crediti fiscali (le Dta) per quasi 3 miliardi. Non c’è più il vincolo imposto dalla Ue per gli aiuti di Stato.

Insomma, una coincidenza astrale da cogliere. E Lovaglio l’ha fatto. Ora dovrà spiegare al mercato, ai fondi internazionali azionisti di Mediobanca, che la sua è una proposta industriale valida che può creare ancora più valore. Il track record è dalla sua parte.

Lo scontro in Generali

Innanzitutto il fronte Caltagirone-Delfin può trarre grandi vantaggi dall’assalto della banca senese a Mediobanca. Il loro obiettivo è il ceo Alberto Nagel, oppositore della loro presa di controllo su Generali. Solo smontando l’influenza di Piazzetta Cuccia sulla compagnia, potranno raggiungere il risultato di togliere di mezzo Philippe Donnet per sostituirlo con un altro ceo e indirizzare il Leone su lidi che non siano quelli dell’alleanza con i francesi di Natixis.

Forse non ci riusciranno neanche a maggio, quando si voterà per il rinnovo del board della compagnia; molto probabilmente presenteranno una lista di minoranza che otterrà ampia rappresentanza grazie alla Legge Capitali. Per il momento puntano ad ostacolare l’iter di approvazione della joint venture sull’asset management, che deve passare anche dalle forche caudine del golden power. Indubbiamente la mossa di Lovaglio è un ulteriore elemento di disturbo, sia pure indiretto. Per questo il loro interesse è convergente con quello del top banker.

L’appoggio politico

L’azione di Mps su Mediobanca trova sostegno anche nel governo e nella maggioranza. I piani originari di Palazzo Chigi erano di indirizzare Banco Bpm verso Mps per creare con Anima il terzo polo a trazione sovranista. L’assalto dell’Unicredit di Andrea Orcel alla banca milanese guidata da Giuseppe Castagna ha costretto l’esecutivo ad adottare un piano B: la creazione di un terzo polo attorno al Montepaschi, di cui il Tesoro ha ancora l’11,7%, con l’appoggio esterno di Caltagirone e Delfin. Inoltre fa un favore al governo che avversa Generali-Natixis perché porterebbe in Francia la gestione di 650 miliardi di risparmio italiano, prezioso anche per il collocamento del debito pubblico.

Le scelte del mercato

Ma il mercato si convincerà delle buone ragioni di Lovaglio e del suo piano? Accetterà di consegnare le azioni di una banca più grande in cambio di una più piccola? Nel 2007 Mps tentò di digerire Antonveneta, e fu l’inizio della fine. Venerdì a caldo Siena ha perso il 6,9% mentre Mediobanca ha guadagnato il 7,7% azzerando sostanzialmente il premio del 5% offerto dall’ops che valorizzava Mediobanca 15,9 euro per azione, pari a 13,3 miliardi di euro contro gli 8,3 miliardi di Siena. E Nagel ha già iniziato ad alzare le proprie difese. Che si basano innanzitutto sullo smontare la bontà del piano di Lovaglio.

Il risanamento della banca senese

Mps si presenta come una banca in salute, con 3,5 miliardi di profitti negli ultimi due anni. Di fronte ai tassi calo, Lovaglio punta sull’integrazione con Mediobanca per ampliare la rosa dei ricavi. Vuole farlo sfruttando la complementarietà dei due istituti, a differenza delle fusioni tra pari nelle quali le sinergie passano soprattutto per i tagli al personale.

Mps è una tradizionale banca con una forte rete distributiva di 1.300 sportelli, mentre Mediobanca ha il suo core business nell’investment banking ma fa soldi in buona parte con il credito al consumo di Compass e con i dividendi di Generali, oltre che con il wealth management per clienti ricchi con Premier. L’unione di queste attività dovrebbe garantire maggiore stabilità di ricavi, costo del funding più basso e sinergie totali pari a 700 milioni. E in più la possibilità di accelerare l’uso della Dta a 500 milioni l’anno.

Tutto fieno in cascina per i soci, ai quali Lovaglio promette di distribuire il 100% degli utili senza compromettere il patrimonio (cet1 atteso al 16%). Non solo. I management dei due istituti potranno focalizzarsi sulle storiche aree di competenza: Siena su retail, pmi e credito al consumo, Mediobanca su quel corporate & investment banking che, ad avviso di Lovaglio, può pesare di più sui profitti rispetto ad oggi.

Le opinioni degli analisti

Convincere il mercato non sarà facile. Molti analisti hanno già avanzato perplessità sul razionale industriale dell’ops, oltre che sul prezzo basso. Per Morgan Stanley il «fit» strategico non è ovvio. Il rischio, secondo la banca Usa, è che l’investment banking e il wealth management di Mediobanca possano perdere ricavi. Per Equita il premio risulta modesto, considerando anche la probabile riduzione dell’appeal speculativo sul titolo Mps, ed è «difficile identificare sinergie, mentre emerge il rischio di potenziali dissinergie. Inoltre, intravediamo difficoltà nel mantenimento e nell’apporto di nuove figure professionali all'interno del nuovo gruppo, con il rischio di una diluizione delle specificità distintive di Mediobanca». Un timore, quest’ultimo, che invece Lovaglio proprio non vede. Tanto da tendere la mano persino a Nagel: se considererà l’operazione come amichevole, potrà restare alla guida dell’investment banking. Ma sarà difficile che il banchiere erede di Enrico Cuccia possa accettare di lavorare «sotto padrone». (riproduzione riservata)



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