Anche se finora non è stato esplicitato dalla banca senese, Il ceo di Mps Luigi Lovaglio ha già chiaro che può ottenere dal mercato meno azioni di quel 66,7% di Mediobanca cui punta come risultato ottimale dell’ops. Quale livello di adesione può comunque considerare vittorioso?
Certamente quello del 50% più un’azione, che è anche la soluzione da sempre gradita alla Bce e gli consegnerebbe la maggioranza assoluta del capitale e quindi di fatto, seppure non di diritto, il controllo anche dell’assemblea straordinaria. Ma potrebbe forse accettare anche meno del 50%. Fino a che punto? Con le azioni in mano a Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone ha già ipotecato il 27,5% circa.
Basterebbe rastrellare un altro 8% per avere un 35% circa che darebbe a Mps il controllo di fatto dell’assemblea ordinaria, che significa poter rimuovere l’attuale board e nominare un nuovo amministratore delegato e un nuovo presidente graditi anche a Caltagirone e Francesco Milleri, ceo di Delfin. Anche se tutto è possibile, fonti vicine al dossier considerano questa ipotesi fuori dallo spirito dell’operazione stessa.
C’è comunque una riga di testo rivelatrice dei piani di Lovaglio, nella mole di documenti già prodotta per l’ops. Una riga contenuta nell’«allegato A» della relazione del comitato parti correlate che giovedì 23 ha esaminato per l’intera giornata la proposta di andare all’assalto del fortino di quella che una volta era la Galassia del Nord. «Si precisa che, come di prassi per tal genere di operazioni, l’offerta è subordinata a talune condizioni di efficacia (rinunciabili da parte di Mps), quali a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo, la condizione c.d. soglia» del 66,7%. Insomma, va bene anche meno.
Il destino della scalata senese è quindi in mano al mercato, a quegli investitori istituzionali che Lovaglio, accompagnato dagli advisor di Jp Morgan e Ubs, ha cominciato a incontrare nel corso della settimana appena conclusa. Ma dietro il banchiere, a tirare le fila sono appunto i due grandi azionisti di Mps, ovvero Delfin, al 9,78% e Caltagirone verso il 9% (ufficioso), con l’appoggio esplicito del Tesoro, che è ancora primo socio a Siena con l’11,7%. Ma Piazzetta Cuccia potrebbe non stare a guardare. La merchant bank ha già schierato gli advisor legali (Chiomenti e Marchetti) e starebbe sondando l’investment bank newyorkese Centerview per difendersi dalla morsa dell’ops.
I due grandi azionisti privati stanno giocando una partita su due tavoli: uno a Milano, con Mediobanca, e un altro a Trieste, su Generali, dove Caltagirone ha il 6,9% e Delfin il 9,93%. Una manovra a tenaglia. La compagnia deve rinnovare l’8 maggio il consiglio d’amministrazione. Saltata l’ipotesi della lista del board, tocca ai soci forti schierare le candidature. Caltagirone e la holding della famiglia Del Vecchio sono pronti a sfidare anche su Trieste il ceo di Mediobanca Alberto Nagel, sostenitore dell‘amministratore delegato Philippe Donnet e della sua strategia (compresa l’alleanza nell’asset management con i francesi di Natixis).
Come potranno Caltagirone e Delfin portare avanti questa sfida? Con una lista «lunga» per il board della compagnia che schieri - come avvenne tre anni fa - anche un presidente e soprattutto un capo azienda alternativo.
Sul mercato non si escludono colpi di scena nelle prossime settimane, a partire dalla discesa in campo di un cavaliere bianco a difesa di Mediobanca contro Mps. Che però dovrebbe avere la forza di andare contro il governo. La premier Giorgia Meloni ha benedetto il piano del risanatore Lovaglio e l’aggregazione Mps-Mediobanca perché darebbe vita al terzo polo bancario per riequilibrare un mercato domestico dominato dai giganti Intesa Sanpaolo e Unicredit (che nel frattempo vuole conquistare Banco Bpm).
Da Roma si può arrivare a Trieste passando per Milano, via Siena. Il giro è meno tortuoso di quanto può sembrare. Se in estate andasse in porto l’ops del Montepaschi lanciata venerdì 24 si potrebbe arrivare al delisting di Mediobanca e poi procedere in autunno con l’integrazione facendo scattare i 700 milioni di sinergie e 2,9 miliardi di poste fiscali differite (Dta) oggi in pancia a Mps.
Sarebbe la soluzione ottimale per Lovaglio. Ma deve convincere il mercato, rappresentato da decine di fondi istituzionali.
Secondo quanto ricostruito da Milano Finanza, i pacchetti di Mediobanca più corposi sono in mano a BlackRock (4,23%), Fidelity Management Research (3,06%), Vanguard (2,64%), Bank of Montreal (2,16%), Artisan Partners (0.93%), Credit Agricole (0,82%), Norges Bank (0,69%), Dimensional Fund (0,43%), Ubs (0,32%), State Street (0,28%), Jp Morgan (0,28%), Swedbank (0,27%), Allianz (0,24), Deutsche Bank (0,23%) e Bnp Paribas (0,21%). Ma non è detto che tutti aderiscano. Per questo il cda di Mps ha già contemplato il piano B: la rinuncia alla condizione del 66,7%.
Nell’operazione a tenaglia di Caltagirone ideata nei minimi dettagli mesi fa e ovviamente tenuta ben coperta, la conquista di Mediobanca sarebbe la strada indiretta per bloccare sul nascere in Generali – di cui Piazzetta Cuccia ha il 13% – il grande cantiere dell’asset management con Natixis. La via è indiretta perché prima bisogna passare dalla conquista del board di Mediobanca e poi per la rimozione di quello di Generali.
Su questo obiettivo converge Milleri, che da parte sua vuole portare a compimento la mission affidatagli dal fondatore di Luxottica, Leonardo Del Vecchio: liberare Generali dal giogo di Mediobanca per far crescere le due grandi istituzioni finanziarie e metterle a servizio del Paese e del suo tessuto economico.
Questi stessi obiettivi potrebbero però essere raggiunti in tempi più rapidi sfruttando il rinnovo del board di Trieste previsto per il prossimo 8 maggio. Secondo varie fonti finanziarie il costruttore romano starebbe lavorando a una lista di maggioranza «con nomi top» per sfidare la rosa che a questo punto verrà presentata da Mediobanca e che riproporrà per il quarto mandato il ceo Philippe Donnet e il presidente Andrea Sironi.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, come candidato ceo il nome che piacerebbe di più all’ingegnere romano sarebbe quello del banchiere (anch’egli romano) Marco Morelli, ex capo della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo ed ex ceo di Mps. Morelli è attualmente presidente esecutivo di Axa Investment Managers, che il colosso assicurativo francese ha appena venduto a Bnp Paribas.
Gli altri nomi nella rosa di Caltagirone sono il capo di Poste, Matteo Del Fante, il ceo di Enel, Flavio Cattaneo (attuale consigliere del Leone) e Fabrizio Palermo, ex Cdp e attuale amministratore delegato di Acea. Questi nomi, rivela una fonte qualificata, potrebbero far tutti parte dell’eventuale lista di maggioranza di Caltagirone.
Oltre che sullo standing dei candidati (che potrebbe non bastare, come successo nel 2022 quando furono schierati l’ex Goldman Sachs Claudio Costamagna come presidente e Luciano Cirinnà come candidato ceo), l’ingegnere romano punterebbe anche sul rafforzamento azionario dei suoi alleati, a partire da Delfin. Se il costruttore può arrotondare fino al 9,99%, la holding dei Del Vecchio ha in tasca il via libera Ivass a salire fino al 20%. E come fece Mediobanca, potrebbe ricorrere anche a un prestito-titoli. (riproduzione riservata)