Il mercato è stato svegliato da un comunicato-terremoto alle 7.42 di venerdì 24 e nella city milanese è stato tutto un rincorrersi di telefonate-zoom-whatsapp e quant’altro per riuscire a comprendere gli esatti contorni dell’ops di Mps su Mediobanca, chi è a favore e chi contro e soprattutto i futuri esiti dell’ultimo tentativo, in ordine temporale, di mettere le mani in un modo o nell’altro sulle attività di Mediobanca e indirettamente su Generali.
In primis occorrerà aspettare il vero documento di offerta che Mps dovrà trasmettere alla Consob, in cui dovranno esserci i dettagli su cui il mercato si sta interrogando. A cominciare dalla soglia minima di azioni Mediobanca che Mps è disposta ad accettare in cambio dei propri titoli. Nel primo documento, reso noto il 24 gennaio, si parla di due terzi del capitale, un 66,67% che permette di avere le mani libere anche nell’assemblea straordinaria di Mediobanca.
Ma il documento successivo potrebbe contenere una più precisa modulazione delle intenzioni di Mps. Il comunicato precisa l’esistenza di un 25% circa di Mediobanca in mano a Caltagirone-Eredi Del Vecchio (Delfin), soci rilevanti anche in Mps con il 14,81% congiunto, il che teoricamente potrebbe permettere a Siena di accontentarsi anche di una quota più piccola di Piazzetta Cuccia.
Nel caso dell’ops Unicredit-Bpm al 66,67% di soglia è accostata una riserva di accettazione se si raggiunge anche solo il 50% più un’azione, il che ha suscitato qualche perplessità tra gli analisti, in quanto teoricamente Unicredit potrebbe accontentarsi anche di una soglia più bassa, per esempio il 35%, comunque dirimente per esercitare un’influenza decisiva su Banco Bpm.
Ma su questo, come nel caso Mps-Mediobanca, va tenuto conto anche dell’atteggiamento della Bce, competente sull’operazione in quanto tutti gli istituti coinvolti sono di dimensioni sistemiche. La Bce anche in passato non ha visto di buon occhio operazioni che non prevedessero il controllo almeno al 51%, nella convinzione che una soglia più bassa potrebbe favorire una prolungata ostilità tra le parti interessate, a detrimento della stabilità dell’istituto oggetto dell’offerta.
Se così fosse, Mps dovrebbe comunque convincere un buon numero di soci a aderire all’ops. Sapendo di non poter contare molto sulle capacità di attrazione di Caltagirone-Delfin, almeno a vedere quanto azionariato si schierò a loro favore nell’ultima assemblea sulle nomine di Mediobanca (un 3% risicato). Il mercato è avido per antonomasia, quindi si attende una consistente revisione dei termini di offerta rispetto a quelli della prima stesura, magari anche con una parte di vile pecunia cash, come nel caso Intesa-Ubi.
A Mps un’arma gliela fornisce l’Erario nella forma delle cosiddette Dta (imposte anticipate e non utilizzate per carenza di utili), che possono rappresentare per Mediobanca un incentivo a aderire all’ops: entrando nel consolidato fiscale di Mps, per diversi anni le imposte sugli utili di Mediobanca sarebbero molto basse e di conseguenza salirebbero più soldi anche per i dividendi.
Passivity rule è poi l’altra espressione in voga in questo momento. Unicredit, che nel 2021 aveva rifiutato di comprare dal Tesoro Mps quando era ancora in forma precaria, da una parte verosimilmente si mangia le mani per non averlo fatto, vista l’ottima performance che Luigi Lovaglio è riuscito a realizzare a Siena, dall’altra potrebbe essere sollevata dal fatto che una teorica offerta su Mps era una pedina che Bpm, una volta allentato il vincolo della passivity rule, avrebbe potuto (ma può ancora) giocarsi in funzione difensiva contro l’ops di Piazza Gae Aulenti. A sua volta, si vedrà quali difese potrà alzare il vertice di Mediobanca pur se sotto passivity rule. Insomma, dei grandi gruppi italiani gli unici due che hanno libertà assoluta di manovra sono Intesa Sanpaolo e UnipolSai. Ce l’avranno ancora per molto? (riproduzione riservata)