Quello che solo un anno fa era fuori dai radar del mercato è avvenuto: Montepaschi ha conquistato Mediobanca. E adesso, grazie alle adesioni all’opas, il ceo Luigi Lovaglio può centrare due risultati in uno: estrarre tutto il valore possibile dalle sinergie con Piazzetta Cuccia e utilizzare al massimo i 2,9 miliardi di crediti fiscali (dta) che in sostanza garantiranno per i prossimi sei anni un utile sgravato per gran parte dalle imposte. E se inoltre i tassi continueranno a sostenere il conto economico del sistema bancario, Siena potrà ottenere ancora più guadagni dall’integrazione con Mediobanca.
Questa almeno è la visione dei grandi azionisti e del mercato: non a caso il titolo continua a salire anche dopo l’opas e in una settimana ha guadagnato il 14%. È guardando a questi obiettivi che Lovaglio sta impostando la sua strategia.
Attualmente, con il 62,3% ottenuto alla scadenza dell’offerta l’8 settembre, emergono due azionisti forti: la holding della famiglia Del Vecchio, Delfin, al 21% e Francesco Gaetano Caltagirone all’11%, seguiti dal Tesoro (6%), da Banco Bpm - Anima (4%), da Enpam (1,75%) e dai Benetton (1,5%).
Se si dà credito alla previsione fatta dal direttore generale di Mediobanca Francesco Saverio Vinci che Montepaschi arriverà all’80% nei tempi supplementari dell’opas che scadono venerdì 19, le quote dei soci sono destinate a diluirsi. E questo potrebbe evitare a Delfin di superare la soglia del 20% non ancora autorizzata dalla Bce e analogamente a Caltagirone di rientrare sotto il 10%, evitando quindi di dover chiedere il via libera alla Vigilanza.
Se Mps andasse addirittura oltre il 90% delle adesioni scatterebbe l’opa residuale. Con le adesioni al 100%, Delfin avrà il 16%, Caltagirone l’8%, il Mef il 4% e Piazza Meda scenderà dal 9% originario al 3% del Monte stand-alone. Questi numeri relativi al successo dell’opas (a cui hanno lavorato gli advisor Jp Morgan, Ubs e Jefferies) saranno rilevanti per due scelte strategiche importanti: il delisting e l’eventuale fusione.
Mantenere Piazzetta Cuccia autonoma e quotata potrebbe avere un importante valore segnaletico sia per i dipendenti, tra i quali si registrano già uscite di alcuni gestori, sia per il mercato. E dovrebbe influenzare anche l’individuazione del futuro capo azienda che prenderà il posto di Alberto Nagel. Il nuovo numero uno potrebbe vestire ancora i panni del ceo di una quotata o in alternativa, in caso di fusione, essere un capo-divisione del private - investment banking che sono i business distintivi di Piazzetta Cuccia e che quindi dovrebbero restare autonomi e sotto il premium brand della merchant bank.
Il corporate & investment banking è stato a lungo il core business di Piazzetta Cuccia, anche se la diversificazione attuata nell’ultimo decennio da Alberto Nagel ha ribilanciato profondamente la composizione dei ricavi. Oggi il cib produce circa un quarto del fatturato complessivo (888 milioni su 3,7 miliardi nell’ultimo esercizio 2024-25) e poco più di un quinto degli utili (270 milioni su 1,33 miliardi).
Il vertice del Monte è consapevole del forte livello di specializzazione dell’asset acquisito e punterebbe pertanto a mantenere questa divisione sotto il marchio Mediobanca, anche per favorire la retention dei banker. L’ambizione è far crescere il Cib innanzitutto sul mercato italiano puntando sulle mid cap oltre che sui grandi deal e prendendo spunto dal modello Lazard e Rothschild. A conferma dell’attenzione di Lovaglio per questa area di business, il futuro capo azienda dell’istituto milanese potrebbe arrivare proprio dal mondo dell’investment banking.
Compass nacque per volontà del fondatore Enrico Cuccia, pioniera nel credito al consumo nel periodo del boom economico italiano. Sotto Nagel la società è ulteriormente cresciuta e ora è il principale contributore del gruppo in termini di ricavi (1,3 miliardi su 3,7 complessivi) e di margine operativo (613 milioni su 1,9 miliardi).
Una strada per valorizzare Compass sarebbe la dismissione, che porterebbe a casa un incasso anche doppio rispetto al valore di libro. Tuttavia è possibile che Lovaglio voglia utilizzare all’interno del gruppo Montepaschi questa macchina da soldi per estrarne tutte le possibili sinergie, specie con la rete senese. E farla crescere ulteriormente, legandola magari a una concorrente europea oppure aprendola a un network italiano che oggi non dispone di una sua società di credito al consumo. In ogni caso l’area di business dovrebbe uscire dal perimetro di Mediobanca.
Una logica simile dovrebbe guidare le scelte del Monte nell’ambito del risparmio gestito, che negli ultimi anni ha rappresentato per Piazzetta Cuccia il secondo motore dei ricavi. Alberto Nagel puntava per creare il campione italiano del private inglobando Banca Generali. Lovaglio invece potrebbe puntare a separare le attività verso la clientela più ricca da quella dei clienti retail e affluent. Insomma potrebbe mantenere sotto il marchio Mediobanca il private banking e le gestioni per gli high net worth individuals e combinare per esempio Mediobanca Premier (la ex CheBanca) con Widiba, l’istituto online del Monte.
Sempre con l’obiettivo di valorizzare il wealth management Lovaglio potrebbe ampliare l’offerta di prodotti stringendo partnership con grandi realtà internazionali non ancora presenti in forze in Italia e che possono fornire prodotti sofisticati (i modelli a cui si guarda sono quelli di soggetti come Citadel o Bridgewater). Sicuramente una priorità per Lovaglio sarà fermare la fuga di banker già iniziata in Piazzetta Cuccia e più volte ventilata da Nagel come danno collaterale dell’arrivo dei senesi.
Oltre a Compass e al private, il cuore della ricchezza di Mediobanca è rappresentato dal 13,1% di Generali che da solo genera quasi il 40% dei profitti e che dovrebbe staccare per il suo primo socio quasi 920 milioni di dividendi entro il 2027. La gestione della quota sarà il banco di prova più delicato per Lovaglio e, soprattutto, per i suoi grandi azionisti, ovvero anche qui Caltagirone (6,28%) e Delfin (10,05%).
L’appuntamento cruciale è l’assemblea di aprile 2026 per il bilancio. Potrebbe essere in quell’occasione che il fronte Delfin-Caltagirone-Montepaschi proverà a imprimere un cambio di governance nella compagnia. Il ceo Philippe Donnet è stato eletto nell’aprile scorso per il quarto mandato con una lista presentata dalla sola Mediobanca, mentre Caltagirone e Delfin hanno presentato una lista di minoranza per marcare la differenza strategica. Ora potrebbero presentare il conto al ceo italo-francese.
Per fare che cosa? Qui le posizioni potrebbero essere non pienamente allineate. Caltagirone potrebbe essere interessato a imprimere una sua governance, come tentò di fare nel 2022 con il tandem Cirinà-Costamagna. Delfin potrebbe invece spingere per una grande operazione straordinaria per rendere Generali un campione europeo, anche accettando una diluizione importante. A Mps Generali garantisce una importante stabilità dei ricavi, per di più assorbendo poco capitale. Si vedrà.
Le riflessioni in corso in Rocca Salimbeni riguarderebbero anche il futuro delle sedi di Mediobanca. Il quartier generale di Piazzetta Cuccia dovrebbe essere mantenuto, ma è possibile che Lovaglio attui qualche razionalizzazione degli spazi per meglio integrarli nelle funzionalità della nuova super banca. Più probabile è che si intervenga sul prestigioso immobile di Piazza di Spagna a Roma per il quale il nuovo azionista potrebbe valutare opzioni di valorizzazione. (riproduzione riservata)