Il mercato vuole capire come sarà la nuova Montepaschi con in pancia Mediiobanca. Ma l’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha rimandato tutto al capital market day che illustrerà alla comunità finanziaria a marzo 2026.
Il banchiere ha preso tempo anche sull’eventuale fusione e sul delisting di Piazzetta Cuccia. È vero che «con un flottante del 14%, il titolo Mediobanca è poco liquido, ma è troppo presto per prendere decisioni sul ritiro dalla borsa» della controllata, ha tagliato corto Lovaglio nella conference call con gli analisti sui risultati del terzo trimestre diffusi venerdì 7 novembre.
In sostanza, ha lasciato il mercato a bocca asciutta, con la domanda ancora aperta su come saranno integrati concretamente i modelli di business di Piazzetta Cuccia, focalizzato sul private investment banking, e quello commerciale di Rocca Salimbeni. Il motivo sta nel fatto che a Siena stanno ancora valutando nel dettaglio come ottimizzare il business model post-opas e l’asset messo in pancia, completo di attività e passività.
Al momento il punto fermo è la bontà industriale di un’operazione dovuta, ha sottolineato Lovaglio, alla perfetta «complementarietà nel commercial banking, nel wealth management, nel corporate investment banking (cib), nel consumer finance e nelle tecnologie di ultima generazione e scalabili». A questo si aggiungono i numeri pro-forma (senza considerare le sinergie) e i contorni ancora da definire del nuovo gruppo. Lovaglio ha ricordato come dall’integrazione nascerà il terzo player nazionale con 8 miliardi di ricavi grazie a una quota di oltre l’8% del mercato italiano, circa 3 miliardi di utile netto adjusted e un ritorno sul capitale tangibile atteso al 14% circa.
Nasce insomma una banca «con fonti di redditività bilanciate» e proiettata in Europa soprattutto sul credito al consumo e il corporate investment banking, con 23 miliardi di market cap che posizionano Mps-Mediobanca fra la tedesca Commerzbank (36 miliardi) e l’olandese Abn Amro (22 miliardi). Dal punto di vista della composizione dei ricavi, l'asset gathering e il wealth management già rappresentano circa il 30% dell’aggregato complessivo, il retail e commercial banking circa il 31%, il consumer finance il 17%, il corporate investment banking – comprese l'attività creditizia di Mediobanca e Montepaschi e il large corporate – rappresenta circa il 15%, mentre i dividendi che arriveranno dal 13,2% di Generali costituiscono il 7%.
Come opereranno? Lovaglio non ha fatto anticipazioni. Ha solo spiegato di voler «mantenere due marchi forti, ciascuno focalizzato sul proprio core business» – e cioè Mps nel commercial banking e Mediobanca nel cib e nel private banking – «ognuno con le relazioni con la clientela e con le proprie competenze professionali che devono essere preservate ma anche rafforzate».
Nel retail e nel credito al consumo il Monte porterà in dote una rete di dimensioni nazionali che potrà vendere allo sportello «i prodotti e l'expertise di Compass nella gestione del rischio, tra le migliori sul mercato». Nel wealth and private banking adesso «possiamo operare – ha aggiunto Lovaglio – con una dimensione maggiore e con competenze di consulenza più elevate che vanno da Mps Premium a Banca Widiba, da Mediobanca Premier a Mediobanca Private Banking e da Compagnie Monégasque de Banque a Montepaschi Family Office. E ciò permetterà al gruppo di offrire soluzioni sempre più sofisticate e attrarre clienti a maggior valore».
Per quanto riguarda il corporate & investment banking, il banchiere ha ricordato che i clienti potranno trarre «vantaggio da uno stato patrimoniale molto forte» che farà da volano al credito «e da una notevole esperienza nella consulenza sia in Italia che all'estero con le francesi Messier Maris e Alma Partners». Infine nel business della bancassurance Generali potrebbe subentrare allo storico alleato Axa in vista della scadenza della partnership nel 2027, mentre nell'asset management i prodotti Anima, di Mediobanca sgr, di Ram e Polus «garantiscono stabilità e permettono di ampliare la nostra offerta».
Su questa impalcatura sono al lavoro 22 gruppi di banker di entrambi gli istituti, supervisionati da un Ufficio di Gestione dell’Integrazione e che devono rispettare delle scadenze prefissate. Un team di dirigenti delle risorse umane sta preparando un piano di retention per trattenere i banker di Piazzetta Cuccia (nel private continuano le fuoriuscite che potrebbero accelerare nelle prossime settimane). È stato poi istituito un Comitato di Coordinamento «per garantire piena coerenza con la strategia e la logica industriale dell’operazione».
A marzo 2026 Lovaglio alzerà il velo sul nuovo piano industriale dopodichè partirà la fase della messa a terrà. Lovaglio è fiducioso perché «l'adesione dell'86,3% dell’azionariato di Mediobanca all’offerta di Mps ha fornito una governance chiara che garantisce la flessibilità strategica per procedere rapidamente con un nuovo progetto industriale congiunto». Per il banchiere non servirà necessariamente passare «da due a una legal entity» per centrare il target dei 700 milioni di sinergie annuali (300 da costo; 300 da ricavi; 100 da raccolta) «confermati, livelli che sulla base dei primi risultati dei gruppi di lavoro si basano su stime prudenziali».
Una prima fotografia del gruppo post-opas arriva dai numeri Mps al 30 settembre che tengono conto anche di Mediobanca. Nei nove mesi l’utile ha battuto le attese a 1,37 miliardi (+17,5% su base annua). Le commissioni hanno compensato la caduta del margine di interesse, mantenendo stabili i ricavi complessivi a 3,05 miliardi (+0,5%). L’integrazione ha migliorato anche la qualità del credito con un npe ratio netto sceso al 2%, un livello di copertura complessiva del 48,7% e un costo del rischio (rapporto rettifiche/impieghi) a 42 punti base. Risultati apprezzati dalla borsa dove il titolo della banca senese ha guadagnato il 4,59% a 7,77 euro. (riproduzione riservata)