Dieci anni fa il Montepaschi era l’anello debole del sistema bancario europeo. Oggi l’istituto senese è non solo una banca ben capitalizzata che fa profitti e paga dividendi, ma anche un attore di primo piano nel consolidamento appena partito.
Al punto che molti investitori hanno scelto di scommettere sul nuovo corso: dai fondi di BlackRock, Vanguard e Fidelity fino ai compratori dell’ultima tranche, cioè Banco Bpm, Anima, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, la holding della famiglia del Vecchio. Questi profondi rimescolamenti negli assetti proprietari sono il risultato di una privatizzazione che, in dodici mesi, ha portato circa 2,7 miliardi nelle casse dello Stato e ha onorato nei tempi previsti gli impegni presi con l’Unione Europea.
Dieci anni fa il quadro era molto diverso. Il primo stress test della Bce aveva fatto emergere il bubbone dei crediti deteriorati e un deficit di capitale da ben 2,11 miliardi. Non era la prima falla nei bilanci della banca senese: a partire dall’acquisto di Antonveneta nel 2007 i soci avevano già sborsato oltre 12 miliardi in aumenti di capitale, mentre lo Stato aveva concesso prestiti straordinari per quasi 6 miliardi (i cosiddetti Tremonti bond e Monti bond).
Eppure per il mercato all’inizio del 2015 la banca valeva appena 2,4 miliardi, poco più di un terzo del proprio patrimonio e appena un settimo delle risorse drenate fino a quel momento. Proprio nel 2015 il Montepaschi avrebbe chiamato il quarto aumento di capitale, questa volta da tre miliardi, l’ultimo versato interamente dai privati. La successiva manovra da 5,4 miliardi lanciata nel 2017 (di cui 3,9 miliardi per la ricapitalizzazione precauzionale e 1,5 per il ristoro degli investitori al dettaglio coinvolti nel burden sharing) sarebbe stata sostenuta interamente dallo Stato italiano sotto la rigida sorveglianza dell’Unione Europea e della Bce.
L’arrivo del Tesoro in maggioranza mise in sicurezza il Monte e allontanò lo spettro del default, ma la strada del risanamento sarebbe stata lunga. Dal 2016 al 2020 la banca accumulò quasi 10 miliardi di perdite per ripulire il bilancio dai crediti deteriorati e ottemperare ai caveat imposti dall’Europa. Il rapporto tra sofferenze e crediti scese per la prima volta sotto il 10% solo nel 2020 per poi calare ulteriormente negli anni successivi.
Anche guadagnare efficienza è stata una procedura complessa e non rapida. Il rapporto costi-ricavi del Monte (cosiddetto cost-income ratio) è arrivato sotto il 60% solo nel 2023 toccando il 48,5%, un livello non lontano da quello delle banche virtuose. Solo negli ultimi anni poi è stata disinnescata la mina dei rischi legali. Dal 2012 il Monte era finito al centro di tre inchieste giudiziarie relative ai prodotti strutturati Alexandria e Santorini, alle comunicazioni al mercato per i bilanci 2014-2016 e alla contabilizzazione dei crediti deteriorati. Gran parte dell’impianto accusatorio è stato però smontato dai giudici con una serie di sentenze che non solo hanno assolto gli ex vertici e riscritto la storia della banca, ma hanno anche alleggerito in maniera consistente il fardello degli accantonamenti liberando almeno un miliardo di patrimonio.
Ancora un paio di anni fa però i risultati del lungo processo di risanamento erano incerti: nell’ottobre del 2022 l’aumento di capitale da 2,5 miliardi era andato in porto solo perché dal Tesoro si era fatta una discreta pressione su vari investitori, che fino ad allora avevano schivato Mps come un appestato.
Alla fine però la strategia di rilancio concepita dal ceo Luigi Lovaglio e l’assist arrivato dalla Bce con il rapido rialzo dei tassi hanno permesso al Montepaschi di voltare definitivamente pagina. Nel biennio d’oro 2023-2024 la banca dovrebbe aver realizzato quasi 3,5 miliardi di profitti; in particolare, per l’esercizio appena chiuso la stima è quella di un utile ante imposte superiore a 1,3 miliardi e di dividendi per oltre 950 milioni, con un payout ratio aumentato dal 50% al 75%.
L’ultima tappa di questo processo di normalizzazione ha riguardato la governance. Venerdì 27 dicembre, dopo il passo indietro dei cinque rappresentanti del Tesoro, sono stati cooptati in cda Alessandro Caltagirone, Elena De Simone (entrambi in quota Caltagirone, primo socio privato al 5,026%), Marcella Panucci, Francesca Renzulli (entrambi in quota Anima, che ha il 4% di Siena) e Barbara Tadolini (espressione di Delfin, oggi al 3,5%). Implicita è stata la conferma di Lovaglio e del presidente Nicola Maione.
Da un lato, per un istituto ormai privatizzato e con alcuni azionisti forti nel capitale, si è trattato di un passaggio fisiologico. Tanto più che il Tesoro dovrebbe presto indirizzare alla Commissione Europea un’istanza per certificare la fine del regime di ricapitalizzazione precauzionale, iniziato con il salvataggio del 2017. Una modifica agli assetti di governance potrebbe essere un segnale importante per evidenziare di fronte a Bruxelles il cambio di passo della banca.
Dall’altro lato però il riassetto nella governance può fungere da acceleratore per le strategie della banca. L’obiettivo del Tesoro è chiaro: fare del Montepaschi un istituto autonomo e ben radicato in Italia che sia anche il fulcro di quel terzo polo del credito a lungo invocato dalla politica e dalle istituzioni. In questa direzione è andato il collocamento di novembre che ha pilotato il 15% della banca verso una cordata tricolore gradita a Palazzo Chigi e con le spalle sufficientemente robuste per sostenere il nuovo corso di Siena.
La strategia futura potrebbe passare anche attraverso operazioni mirate rivolte soprattutto al mondo delle banche medio-piccole. Qualche analista per esempio ritiene che nel terzo polo potrebbe confluire BdM Banca, la ex Banca Popolare di Bari che, al termine della fase di ristrutturazione condotto da Mediocredito Centrale, dovrebbe affacciarsi sul mercato in cerca di partner.
L’ops di Unicredit su Banco Bpm ha però complicato i giochi. La mossa a sorpresa di Andrea Orcel è piombata come un terremoto sul mondo del credito, con riflessi diretti su due grandi azionisti del Monte, il Banco appunto e Anima.
La sgr, che è anche storico partner di Siena nel risparmio gestito, è sotto opa di piazza Meda (che valuta il target a multipli allineati con quelli dei competitor internazionali e che potrebbe comunque convocare un’assemblea straordinaria per aumentare il premio) e sembra destinata a finire nell’orbita di Unicredit al termine dell’ops. Il governo resterà a guardare? Non è detto. Dopo la notifica inviata da Unicredit ai sensi del Golden Power, Palazzo Chigi starebbe studiando contromosse. Il successo di queste iniziative non è scontato ma gli obiettivi sono chiari: preservare l’italianità del risparmio e, soprattutto, difendere il progetto di un terzo polo a trazione senese. (riproduzione riservata)