Con il collocamento del 20% del Montepaschi avviato lunedì 20 pomeriggio e poi salito nella notte addirittura al 25% per soddisfare l’enorme richiesta di titoli senesi da parte dei fondi acquirenti, il Tesoro centra contemporaneamente più obiettivi. Pubblici, privati, di relazione con Bruxelles. Il primo, il più immediato, è quello di fare cassa. Le banche incaricate dell’operazione (Ubs, Jeffries, BofA) hanno piazzato questo nutrito pacchetto di Siena presso fondi italiani ed esteri recuperando circa 920 milioni che sono quanto mai necessari al governo. Non avendo incassato i due miliardi dagli extraprofitti bancari, dalla cessione di un pezzo della sua banca recupera almeno una parte di quegli introiti mancati quantomai necessari nella manovra di bilancio. Il Tesoro vende bene, relativamente parlando; il prezzo è il 50% in più di quanto ha versato un anno fa nell’aumento di capitale. Per un investitore normale sarebbe un guadagno eccezionale; per lo Stato, che in Mps ha investito dal 2017 più di sette miliardi, è solo un modo per attenuare la perdita.
In secondo luogo, c’è il rapporto con l’Europa. Il via libera alla vendita arriva dopo il segnale favorevole di Moody’s sul debito italiano, a ridosso del vertice del 22 novembre tra Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz e a pochi giorni dalla decisione dell’Ecofin sul nuovo patto di Stabilità. La cessione del 20% segna poi anche l’avvio della privatizzazione di Mps da concludere entro il 2024, secondo gli accordi con la Commissione Europea: un segnale del governo a Bruxelles che si sta andando in quella direzione.
Poi c’è il mercato. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, offre una banca con i numeri a posto, in una fase di mercato in rialzo e con i tassi di interesse ai massimi che sostengono ricavi e risultati. Mps viaggia verso 1,1 miliardi di utili e fine anno (impensabili fino a poco tempo fa per Mps), frutto del rialzo dei tassi ma anche della ristrutturazione del ceo Luigi Lovaglio, e ha un potenziale nascosto: la fine del decennio travagliato delle inchieste che hanno travolto l’istituto. Per ben due volte la Cassazione ha stabilito che non ci sono stati reati: non ci fu occultamento di alcun documento segreto (l’elemento iniziale che diede vita a tutto lo «scandalo Mps») e non ci sono stati magheggi contabili con le operazioni Alexandria e Santorini. Per Mps questo equivale a un alleggerimento enorme dal rischio legale, che era arrivato a 10 miliardi di danni potenziali. Pochi giorni fa Mps ha vinto in sede civile contro il fondo Alken, che chiedeva 450 milioni. Il 27 novembre si terrà forse l’ultima udienza dell’appello agli ex vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola: se la condanna di primo grado verrà ribaltata in assoluzione, come molti osservatori ritengono, si libereranno centinaia di milioni a bilancio. Il mercato scommette anche su questo.
Infine c’è, in prospettiva, la vendita del 44% che resta al Tesoro. Gli acquirenti possibili vengono indicati sempre in Unicredit, Banco Bpm e, più defilata, Bper. In una fusione carta contro carta con un istituto molto più grande, la quota di Via XX Settembre si diluirebbe di molto, rendendo lo Stato un socio non più ingombrante. (riproduzione riservata)