Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri si sono posizionati al centro del consolidamento bancario italiano, con un portafoglio partecipazioni che ad oggi vale 14,6 miliardi di euro. Dopo essersi concentrati per anni su Generali e Mediobanca, i due imprenditori hanno ampliato il loro spazio di manovra posizionandosi anche su altre realtà della finanza.
Nel mirino c’è soprattutto Mps, la ex cenerentola del sistema creditizio nazionale, risanata grazie al rialzo dei tassi e alla ristrutturazione fatta dal ceo Luigi Lovaglio. Con gli ultimi acquisti a fine 2024 Caltagirone e Delfin (la holding della famiglia Del Vecchio guidata da Milleri) si sono posizionati molto vicino al 20% del capitale, diventandone primi azionisti ben al di sopra del Tesoro che dopo l’ultimo collocamento è sceso all’11,7%.
La scalata alla banca di Siena potrebbe sembrare una novità nella strategia dei due imprenditori. C’è però chi ritiene che esistano dei concreti punti di contatto tra questa partita e quella per gli equilibri dentro il Leone di Trieste, match che entrerà nel vivo nelle prossime settimane e che li vede protagonisti da anni. Proprio Mps potrebbe diventare un ulteriore elemento di pressione nella dialettica con Mediobanca per influenzare la governance di Generali. L’obiettivo finale sarebbe il rafforzamento di un polo azionario alternativo a Piazzetta Cuccia in grado di condizionare la stesura di una lista unica per il nuovo cda in cui strappare almeno il presidente.
In che modo? Secondo ricostruzioni che circolano sul mercato, utilizzando i due miliardi di eccesso di capitale Mps potrebbe acquisire una quota fino al 5% di Generali. Perché dovrebbe farlo? Innanzitutto per una precisa finalità industriale. Nel 2027 scadrà l’accordo di bancassurance tra Siena e la francese Axa, storico partner di Siena. A quel punto l’istituto avrà bisogno di un nuovo alleato nelle polizze, che potrebbe essere proprio Generali. L’operazione inoltre sarebbe win-win anche per Trieste, visto che alla compagnia oggi manca una grande banca commerciale distributrice.
Poi ci sarebbe la partita del potere. In questo scenario, accanto a Mps i nuovi equilibri societari potrebbero prevedere una crescita delle partecipazioni anche di Caltagirone e di Delfin, che oggi hanno rispettivamente il 6,9% e il 9,9% del Leone. Se l’ingegnere romano può arrivare al 9,99%, la holding dei Del Vecchio ha chiesto le autorizzazioni regolamentari per salire fino al 20%. Un modo per coagulare un blocco azionario che bilanciare quel 35% che tre anni fa raccolse la lista del cda sostenuta da Mediobanca, primo socio di Generali con il 13% ma a sua volta con Caltagirone e Delfin primi soci della banca con il 27% circa del capitale.
Al di là dello scacchiere Generali, aver rilevato il 20% di Rocca Salimbeni per Caltagirone e Delfin è un preciso calcolo opportunistico finanziario: oltre al business in forte crescita, la banca senese è al centro del risiko del credito italiano e potrebbe garantire facili ritorni. Nel biennio d’oro 2023-2024 Mps dovrebbe arrivare a quasi 3,5 miliardi di profitti; in particolare, per l’esercizio appena chiuso la stima è quella di un utile ante imposte superiore a 1,3 miliardi con dividendi per oltre 950 milioni e un payout ratio aumentato dal 50% al 75%. Un ulteriore vantaggio è arrivato dalle sentenze di assoluzione degli ex vertici senesi nei tribunali che, in pochi mesi, hanno smontato i teoremi giudiziari del decennio scorso, liberando oltre un miliardo di euro di capitale.
L’ingresso in Mps è valso a Caltagirone e alla holding della famiglia Del Vecchio anche un consistente credito politico con Palazzo Chigi da spendere al momento opportuno. L’operazione va letta dunque anche come un’azione di supporto al progetto elaborato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: stabilizzare gli assetti di controllo del Montepaschi post-privatizzazione con un nucleo di azionisti forti e graditi al governo e mettere l’istituto al sicuro da eventuali raid non graditi, siano di Unicredit, Crédit Agricole o Unipol.
Nei piani del governo Mps è il primo tassello nella costruzione di quel terzo polo del credito alternativo alle big Unicredit e Intesa Sanpaolo, a lungo invocato da forze politiche e di governo. Il progetto potrebbe essere allargato anche ad altri soggetti finanziari. Si guarda per esempio ad Anima. La sgr milanese, alleato storico del Monte nel risparmio gestito, è entrata nell’azionariato dell’istituto con l’aumento di capitale del 2022 e ha rafforzato la quota con l’ultimo collocamento. Non solo. Nelle ultime settimane Caltagirone ha incrementato la propria presenza nel capitale di Anima salendo dal 3% al 5,3%.
Una mossa segnaletica che viene letta da qualcuno come un avvicinamento della sgr a Siena.In casa Delfin infine il rafforzamento senese si ispira anche alla mission del fondatore Leonardo Del Vecchio, di contribuire cioè alla crescita delle infrastrutture fondamentali del Paese (come fu pure il tentativo di entrare nel capitale dell’ex Ilva, poi naufragato) e di consolidare il ruolo di investitore-interlocutore affidabile per Palazzo Chigi. Sempre con vista sul Leone Alato delle Generali. Che vogliono far svegliare, come rivendicava tre anni fa lo slogan della lista di Caltagirone. (riproduzione riservata)