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Piano Mattei cruciale per non consegnare l’Africa ai trafficanti di esseri umani: parla Minniti (Med-Or)

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L’analisi di Marco Minniti: l’Africa è il futuro geopolitico del mondo. Parla il presidente della Fondazione Med-Or

14 febbraio 2026, 12:00 Ultimo aggiornamento: 15:28

È necessario estendere a tutta Europa il progetto italiano Attorno a questa strategia si giocano tre sfide per l’Africa: agricoltura, materie prime e immigrazione

«L’Africa si trova sul filo del rasoio. Il rischio che la situazione impazzisca è altissimo. Il Piano Mattei ha rappresentato una grande intuizione. Non si tratta di carità ma di una scelta strategica e ora deve diventare europeo per stabilizzare la situazione. L’Italia ha in mano una carta storica straordinaria, senza precedenti. Dobbiamo giocarcela con coraggio, senza limitarci a guardare il cortile di casa».

Per Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or, il continente africano è il vero snodo geopolitico dei prossimi anni: «Il vecchio ordine mondiale è finito per sempre. Ricostruire un nuovo equilibrio non sarà possibile senza l’Africa e il Sud del mondo», ha spiegato in questa intervista concessa a ClassCnbc (disponibile su video.milanofinanza.it).

Domanda. Minniti, con la due giorni di Addis Abeba, l’Italia torna protagonista in Africa. Prima il vertice tra il governo e i leader sul piano Mattei, poi l’intervento di Giorgia Meloni ospite d’onore all’assemblea dell’Unione Africana. Cosa c’è in gioco?

Risposta. È un passaggio molto importante per il Piano Mattei, che considero una scelta strategica sacrosanta. In Africa si giocano almeno tre grandi partite. La prima è quella della immigrazione: l’Europa è in recessione demografica, l’Africa cresce in modo tumultuoso. Questo va governato favorendo gli ingressi legali e combattendo i trafficanti di esseri umani, perché non possiamo consegnare le chiavi delle democrazie europee ai banditi. La seconda partita è quella delle materie prime, dai carburanti ai metalli delle terre rare. Se la Cina ha resistito alla pressione di Trump, è anche perché ha un monopolio mondiale sulle terre rare, che deriva anche dalla sua influenza in Africa. La terza è l’agricoltura: oggi in Africa c’è la più alta percentuale di terre non coltivate del pianeta. Se quelle terre venissero messe a coltura si potrebbe arrivare all’autosufficienza alimentare non soltanto per l’Africa ma per tutto il mondo. Infine c’è la partita della sicurezza. Il Sahel oggi è uno dei principali bacini di influenza terroristica insieme all’Afghanistan, con le varianti locali dell’Isis e di Al Qaeda. Stabilizzare l’Africa significa contribuire direttamente alla sicurezza globale.

D. Si tratta di partite sulle quali si sfidano tutte le grandi potenze. E l’Italia?

R. L’Italia può giocare un ruolo cruciale per una ragione molto semplice: ha avuto l’iniziativa di fare da apripista con il Piano Mattei. Oggi l’obiettivo deve essere di farlo diventare un piano europeo. Sappiamo tutti quanto ci stia a cuore l’Ucraina, però la sfida non si gioca solo a nord-est ma anche a sud. In questo momento l’Italia rappresenta un interlocutore naturale per il mondo arabo e per molti Paesi africani. Gli inviti per Giorgia Meloni ai vertici internazionali, prima da parte di Paesi del Golfo e ora dalla Unione Africana, sono un riconoscimento del ruolo dell’Italia di ponte tra Europa, Mediterraneo e Golfo. Siamo il punto di congiunzione fisico e geostrategico tra l’Occidente e il Sud del mondo. È una missione storico-politica di cui dobbiamo essere consapevoli, anche perché altri ce la riconoscono più di quanto facciamo noi stessi. La competizione è aperta. La Russia è attiva in diversi quadranti, dalla Repubblica Centrafricana alla Cirenaica, e ci sono dinamiche molto rapide che cambiano gli equilibri.

D. Ad esempio, l’accordo militare siglato poche settimane fa tra il generale Haftar e il Pakistan...
R. Si tratta di un segnale straordinario, perché porta una potenza nucleare musulmana nel cuore dell’Africa con un accordo da miliardi di dollari e la fornitura dei pericolosi caccia JF-17 di produzione cinese. Dietro si intuisce il ruolo dell’Arabia Saudita. E poi sta giocando una sua partita molto importante la Turchia, che sogna la riedizione dell’Impero Ottomano e ha una grande capacità di espansione. Per questi motivi il Piano Mattei non può essere soltanto un piano economico, bensì deve rappresentare anche un piano europeo di stabilizzazione dell’Africa. Altrimenti il rischio che la maionese impazzisca è altissimo.

D. Ma l’Europa è pronta a seguire la strada italiana?

R. L’Africa ha conosciuto l’Europa attraverso molte photo opportunity che oggi non funzionano più. Pensiamo al progressivo disimpegno francese e alla stessa ammissione del presidente transalpino Emmanuel Macron che il modello France-Afrique sia finito. L’Italia ha un punto di vantaggio perché, pur avendo avuto un passato coloniale, è percepita come un partner capace di costruire relazioni fondate su una parola chiave: rispetto. Il rispetto è radicato profondamente nelle culture africane e deve diventare la base della nuova cooperazione. Dobbiamo far capire agli amici europei che il Piano Mattei non è carità. Ogni euro investito in Africa ritorna moltiplicato al quadrato come ricchezza in Europa. Si tratta di una scelta strategica. Ed è su questo che l’Europa può costruire una politica più unitaria e meno frammentata.

D. Quale ruolo può avere il settore privato, e come si muove la Fondazione Med-Or?

R. Il settore privato sta giocando un ruolo straordinario. Basta guardare ai progetti sulle energie alternative, sulle terre rare, sull’agricoltura e sulla valorizzazione dei terreni coltivabili. Ci sono iniziative che coinvolgono primarie imprese italiane accolte con grande favore nei Paesi africani.
Il nostro know-how unisce competenza tecnica e approccio umano ed è questa la nostra carta d’identità. Dobbiamo muoverci assieme ai partner europei ma con la consapevolezza di rappresentare un unicum legato alla nostra storia e al nostro modo di fare impresa. In Africa, ma anche all’interno del Mediterraneo allargato, questo approccio viene riconosciuto e apprezzato.

D. Mediterraneo significa anche Gaza e Medio Oriente. L’Italia dovrebbe entrare nel Board of Peace?

R. Non è questo il problema. Noi abbiamo un know-how autonomo e la forza di poter parlare con quelle popolazioni che deriva dal fatto che siamo ben accetti sia dai palestinesi sia dagli israeliani. Non è facile in questo momento. Il ruolo dell’Italia e dell’Europa all’interno della Striscia di Gaza è fondamentale per il futuro: dalle energie rinnovabili alla agricoltura e al turismo. A Gaza è stata utilizzata la carestia come arma di guerra. Poter puntare all’autosufficienza alimentare è straordinario. E poi, se mi consente, il turismo italiano è un po’ diverso dalla Riviera trumpiana. Ma non dobbiamo mai abbandonare l’obiettivo dei «due popoli e due Stati» perché è l’unica condizione per arrivare a ottenere una pace stabile e duratura. (riproduzione riservata)



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