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Giorgia Meloni, presidente del Consiglio
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Meloni riscrive il Tuf: addio al Vangelo di Draghi, cambia la finanza italiana

15 ottobre 2025, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:02

Dopo quasi trent’anni cambia la guida dei mercati: nuove regole su opa, quotazioni e vigilanza. Ma tra aperture e critiche, resta il timore di un ritorno al potere dei grandi gruppi

Tutto cambia, cadono i muri e persino Donald Trump, con tutte le sue asprezze e irregolarità, riesce concretamente a portare la pace a Gaza. Dunque, non ci si può stupire se il governo Meloni manda in soffitta il Testo Unico della Finanza firmato da Mario Draghi.

È segno dei tempi. Dopo quasi trent’anni e molti cambiamenti epocali nel mondo finanziario, è stato riscritto il Vangelo dei mercati azionari, la guida per chi vuole operare a Piazza Affari. Il gruppo di lavoro chiamato dal Mef a rivedere le norme ha impiegato diverso tempo, oltre un anno, per trovare un accordo su una serie complessa di norme che andranno a incidere sulla vita quotidiana delle società quotate.

Dal Tuf di Draghi alla riforma Meloni

Mentre il vecchio Tuf venne redatto sotto la supervisione di un banchiere passato per Goldman Sachs, dopo essere stato direttore generale del Ministero del Tesoro e prima di diventare governatore della Banca d’Italia, presidente della Bce e premier, il nuovo testo è stato pensato da un gruppo di esperti, fra cui diversi docenti universitari, guidati dal sottosegretario all’Economia Federico Freni, che ieri a nome del governo ha difeso la riforma in un’intervista a MF-Milano Finanza, spiegando che non fa favori ai più forti e che si allinea con i tempi contemporanei della finanza.

Indubbiamente il primo Tuf vide la luce durante la stagione delle grandi riforme del mercato finanziario italiano negli anni 90, pensate per recepire le direttive europee e unificare tutte le regole su intermediazione finanziaria, mercati, emittenti e opa. Era l’epoca delle grandi quotazioni, delle privatizzazioni, del Trattato di Maastricht, preludio dell’unione monetaria e dell’euro. Nel 2025 la situazione è completamente cambiata: le ipo di peso non si vedono da anni e lo stesso segmento delle pmi, l’Egm, ha registrato una progressiva contrazione delle nuove matricole, governa il digitale, Google pesa più del pil della Francia e di milioni di menti, le stablecoin vengono vendute in banca e i bitcoin dal tabaccaio, ma le criptomonete sono denominate in dollari e toglieranno spazio all'euro.

La complessità si è dunque arricchita, i mercati sono cambiati, l’Ue ha fatto passi avanti e mira alla Capital Markets Union, ad una normativa comune a tutti i Paesi membri e a incentivare la crescita delle imprese attraverso quotazioni e investimenti in borsa. Per attirare nuove società, soprattutto gli imprenditori reticenti a cedere parte del controllo delle imprese che hanno fondato, il Mef ha perciò deciso di far rivedere il Testo Unico della Finanza che arriva dopo la Legge sui Capitali. Il Consiglio dei ministri ha esaminato nei giorni scorsi la bozza del nuovo testo. È attesa ora l’approvazione da parte del Cdm del decreto attuativo e poi il corpo normativo sarà sottoposto all’esame di Camera e Senato. L’iter potrebbe impiegare tre, quattro mesi, ma anche allungarsi, dipende da che cosa emerge nel frattempo e che cosa deciderà l’esecutivo.

Le prime reazioni del mercato

Come ha reagito il mercato al nuovo Tuf? Intanto con due ribassi consecutivi di Piazza Affari, ma questo sarà un caso. Alcuni osservatori contattati da Milano Finanza per una lunga inchiesta sul numero in edicola, si aspettano ora un confronto con il Mef per aggiornare il documento in ottica più operativa. E il confronto, ha assicurato sempre Freni, ci sarà.

Le novità principali e i primi dubbi

Da quello che emerge, sono due i grandi cambiamenti all’interno del nuovo Tuf: il primo è legato alla nuova normativa sulle opa, il secondo alla semplificazione delle norme per gli imprenditori che vogliono quotare la società a Piazza Affari e ai controlli sugli operatori.

E qui vengono i dubbi, che il Mef ha provato a dissipare ma che comunque vale la pena ricordare. Le regole appena approvate nel decreto legislativo, alzando la soglia al 30% per far scattare l'obbligo di acquisto, tendono a cristallizzare il controllo di buona parte dei colossi della finanza italiana, che sono controllati da soggetti che hanno meno del 30% delle azioni. Si va dal nuovo aggregato Mps-Mediobanca, alle Generali, passando per Poste in Tim, Agricole in Bpm, Unipol in Credem e finendo poi con tutte le partecipate dello Stato.

In pratica, si concede potere ai più forti, che già controllano le aziende, a danno dei piccoli azionisti e della scalabilità delle società.

Le contraddizioni della riforma

Se da una parte il nuovo testo della finanza incentiva a quotarsi in borsa e vuole giustamente convogliare il risparmio verso le eccellenze sottocapitalizzate del made in Italy - per il quale Diego Della Valle ha chiesto una legge di protezione del settore della moda - con un occhio anche a fondi pensione e casse di previdenza, dall'altra sembra troppo condizionato dalle urgenze del momento, dove si è passati dalla battaglia nella legge Capitali per dare potere alle minoranze, quando esse si chiamavano Delfin e Caltagirone in Generali, a metterle in un angolo con le nuove regole approvate dall'esecutivo.

È qualcosa che assomiglia alla presa dello Stato, e di chi gli è più vicino, sul mercato, un salto indietro a ben prima del 1992. Solo i prossimi anni diranno se questa è solo una sensazione.

Le sfide del futuro tra web, vigilanza e criptovalute

Suscitano perplessità anche le regole più leggere per stabilire i concerti, proprio ora che sono finite le grandi scalate a Piazzetta Cuccia, mentre sono positivi gli aspetti che avvicinano le autorità di vigilanza alle aziende che vogliono interrogarle per un parere, ma non convince la dematerializzazione delle assemblee e desta scandalo la cancellazione degli obblighi di pubblicazione sui giornali degli annunci finanziari a favore del web, in preda a un'orda di deepfake pericolosissima.

Per fortuna, su questo ultimo punto, Freni, sempre parlando a questo giornale, ha aperto la porta al confronto e si spera che lo sia tutto il governo: quella norma non solo è iniqua ma non aiuta sicuramente la trasparenza e la conoscenza di quanto avviene nelle società.

Infine, si attende una norma quadro su tutto il sistema delle valute digitali. È in corso un costante posizionamento delle banche nel settore delle stablecoin, che fa pensare come gli istituti di credito non vogliano che i loro depositi vengano sostituiti da un wallet e per di più denominato in dollari. Su questo aspetto occorre con urgenza una presa di posizione comune da parte della Banca d’Italia, del Mef e della Consob, come da tempo propone Paolo Savona.

Se non regolate e per di più collegate a strumenti di investimento normali e diffusi, le criptomonete possono rappresentare il prossimo effetto subprime sul mercato, soprattutto se si pensa alla loro totale liberalizzazione negli Stati Uniti di Donald Trump. Si dirà che il Tuf non regola precipuamente queste cose, eppure una legge sulla finanza deve tutelare il risparmio in primo luogo, soprattutto in un paese come l’Italia che di tale materia prima è molto ricco.

Ora, come spesso accade, il mercato spera che il governo Meloni nei decreti attuativi corregga e migliori il tiro, perché la borsa è di tutti ma il risparmio è solo degli italiani che hanno lavorato per metterlo da parte e meritano tutele come i grandi potentati di Piazza Affari. (riproduzione riservata)



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