Il ministero dell’Economia (Mef) controlla ancora il 4,86% di Monte dei Paschi di Siena (Mps). Poca cosa in confronto al 68% che lo Stato aveva in pancia a fine 2017, dopo la maxi ricapitalizzazione precauzionale della banca senese. Tuttavia, il pacchetto di azioni rimasto rende il Mef parte in causa, come socio, dell’ultima stagione del risiko bancario italiano, che vede il Monte oggetto di un’offerta pubblica di acquisto e scambio (ops) di Intesa Sanpaolo.
A dare qualche indicazione sul sentiment del governo sulle operazioni in corso è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In un’intervista al direttore di MF-Milano Finanza Roberto Sommella, Meloni chiarisce che la posizione dell’esecutivo resta neutrale. Ma su Mps puntualizza: «Mi auguro che non finisca smembrata».
«Non siamo parte attiva nelle attuali dinamiche di mercato che interessano il settore bancario. Il governo ne era in parte coinvolto quando aveva il controllo del Monte dei Paschi di Siena, banca che noi abbiamo ereditato agonizzante e che abbiamo riportato in salute. Oggi Mps, la banca più antica d’Italia e del mondo, fortemente radicata sul territorio, è tornata in salute ed è diventata il pezzo pregiato su cui si concentrano le attenzioni», ha detto Meloni. «Mi auguro che dalle dinamiche di mercato possa emergere un sistema ancor più solido e concorrenziale, capace di produrre benefici per famiglie e imprese. E che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità».
Anche sull’altra partita che vede impegnata una banca italiana, ovvero la scalata di Unicredit nel capitale della tedesca Commerzbank, Meloni specifica che l’esecutivo non intende prendere parti.
«Si tratta di un’operazione di mercato nella quale il governo italiano non ha avuto alcun ruolo. Quello che posso dire è che mi auguro che Unicredit possa continuare ad avere solide radici italiane e che tra l’istituto di credito e le autorità tedesche possa instaurarsi un dialogo collaborativo», ha sottolineato la presidente del Consiglio.
La Premier ha fatto anche un bilancio dei traguardi economici raggiunti in questi quattro anni: «L’economia italiana sta tenendo bene. E i dati dei primi trimestri 2026 sono incoraggianti, con una crescita dell’1% rispetto ad aprile-giugno 2025 e una progressione acquisita per il 2026 dell’0,8%».
Nonostante un quadro internazionale turbolento, secondo Meloni l’economia italiana sta facendo bene, con un «incremento del Pil pro-capite che rispecchia l’effettiva ricchezza dei cittadini», crescendo «di quasi 4.500 euro rispetto al 2022». In sostanza, «l’Italia è più forte di prima».
«Nell'intervista pubblicata da Milano Finanza, alla vigilia di Ferragosto, Meloni sostiene che l'Italia sia ‘più forte di prima’. Ma più forte per chi? Sicuramente per le banche, che hanno registrato profitti record. Per i grandi gruppi energetici, che hanno accumulato enormi extraprofitti mentre famiglie e pagavano bollette sempre più pesanti. E per l'industria delle armi, alla quale questo Governo continua a destinare ingenti e crescenti risorse». Con queste parole il vicepresidente del Movimento 5 Stelle Mario Turco commenta le dichiarazioni della Premier.
«Certamente non è più forte l’Italia delle famiglie alle prese con carovita, caroenergia e caro carburanti. Non lo è quella dei lavoratori, con salari reali ancora inferiori del 6,1% rispetto all'inizio del 2021, né quella delle imprese, dopo tre anni consecutivi di calo della produzione industriale. E non lo è un Paese che da quattro anni viaggia con una crescita zero, e con una pressione fiscale tornata ai livelli più alti dell'ultimo decennio», prosegue Turco. «Alla vigilia di Ferragosto, più che autocelebrarsi, Meloni dovrebbe fare un bagno di umiltà e guardare al Paese reale: alle difficoltà di milioni di italiani, alle imprese che chiudono e alle crisi industriali ancora irrisolte, a partire dall'ex Ilva. Perché l'Italia non è più forte se diventano più forti soltanto pochi». (riproduzione riservata)