L’esito dell’assemblea più attesa dell’anno, ovvero quella di Mediobanca per decidere sull’ops per Banca Generali, è appeso a tre pacchetti di azioni che alla prova del voto potrebbero fare la differenza. Insieme fanno il 6%.
Il primo è quello di Edizione. La holding della famiglia Benetton ha in portafoglio il 2,2% di Piazzetta Cuccia e il nuovo statuto consegna nelle mani del presidente Alessandro Benetton e dell’amministratore delegato Enrico Laghi le scelte sulla gestione operativa degli investimenti.
L’orientamento dell'azionista è quello di decidere direttamente lunedì 16 giugno a lavori iniziati, tenendo presente che per la cassaforte di Ponzano Veneto quello in Mediobanca è un investimento finanziario. Andrà gestito solo in base ai rendimenti che i singoli progetti sono in grado di garantire. Proprio in quest’ottica la famiglia nordestina si era mossa un paio di mesi fa nell’assemblea Generali, quando aveva scelto di astenersi come segnale di non condivisione nei confronti della gestione poco coraggiosa della compagnia.
L’altra incognita in Piazzetta Cuccia sarà Unicredit. Secondo indiscrezioni non confermate, tra aprile e maggio la banca guidata da Andrea Orcel avrebbe rastrellato una quota compresa tra il 2 e il 3% della merchant bank, parte della quale potebbe essere costituita da gestioni per conto di clienti. Una mossa analoga a quella fatta qualche mese prima in Generali, dove il ceo ha gradualmente costruito un pacchetto del 6,5% in vista del rinnovo del board.
A Trieste Unicredit si era schierata a sorpresa a sostegno del fronte Caltagirone-Delfin mentre sull’assise Mediobanca non ha ancora scoperto le carte. Nemmeno è chiaro se la banca voterà direttamente oppure se, come si è iniziato a speculare, presterà il pacchetto ad altri due o tre intermediari per non esporsi in prima persona.
In ogni caso Unicredit avrebbe costruito la partecipazione nello stile opportunistico che la contraddistingue: un investimento finanziario, certo, ma con potenziali dividendi anche sul fronte politico e del potere.
Il terzo pacchetto in bilico è quello dei francesi di Crédit Agricole. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, la banque verte attraverso il suo asset manager Amundi ha in portafoglio lo 0,82% di Mediobanca. Come si comporterà Parigi? Agirà come un investitore istituzionale seguendo le indicazioni date da tutti i proxy advisor di votare a favore dell’operazione oppure sosterrà implicitamente il progetto del governo come già avvenuto nell’assemblea Mps di aprile?
Di sicuro un atteggiamento prudente è d’obbligo in una situazione in cui a muoversi è stata anche la Procura di Milano con un'inchiesta che coinvolge già persone fisiche e società e di cui nei prossimi giorni si scopriranno i dettagli. E a tenere le carte coperte sono anche le casse previdenziali che, fra l’1,98% dell’Enpam, il 2-2,5% dell’Enasarco e l’1% di Cassa Forense, controllano un pacchetto di almeno il 5%, anche se è quasi certo che si schiereranno con Francesco Gaetano Caltagirone.
Il costruttore romano è contrario all’ops e ha addirittura chiesto di rinviare l’assemblea per insufficienti informazioni sull’integrazione. Oltre alle casse, sul fronte di Caltagirone, recentemente salito al 9,98% della merchant, ci saranno alcuni pattisti come il patron di Iris Romano Minozzi (0,11%) e la famiglia Gavio, che dopo aver alleggerito la propria partecipazione è scesa allo 0,42%. Dovrebbe astenersi invece Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che ha in pancia il 19,8%.
Il presidente Francesco Milleri apprezza il razionale industriale del blitz di Mediobanca, che incarnerebbe il modello Luxottica di creare campioni nazionali prima e globali poi, attraverso una strategia basata su acquisizioni. Ma la cassaforte lussemburghese è grande azionista anche di Generali con il 10%.
L’ops «dovrebbe essere un’operazione di mercato che rafforza entrambe le società. Non devono esserci né vincitori né vinti», aveva spiegato Milleri all’ultima assemblea di Essilux. «La visione industriale di Mediobanca è la più facile da capire. Dalla parte di Generali, quando capiremo dal board della compagnia se approva questo deal e se ci dirà cosa vuol fare con queste azioni, potremo esprimere un giudizio informato». A quanto risulta le perplessità di Delfin sul lato triestino della partita restano sul tavolo. Ecco perché la scelta più coerente sarebbe l’astensione, che va ad alzare il quorum contando come un voto contrario. Il fronte del no assomma, quindi, almeno il 35,5%.
Sul lato opposto della barricata ci sarà in persona il top management di Mediobanca: solamente Nagel e il presidente Renato Pagliaro nel 2023 avevano in portafoglio in tutto lo 0,58%. Con loro si schiererà larga parte del patto di consultazione, che, al netto di qualche transfuga, dovrebbe attestarsi attorno all’11%, e lo storico alleato Unipol (oltre il 2%). Il maggiore contributo al fronte del sì arriverà però dal mercato: investitori istituzionali e retail in Piazzetta Cuccia hanno in tasca il 45% circa.
A orientare il voto dei fondi sono i proxy. Iss, Glass Lewis e Pirc si sono espressi tutti a favore dell’ops su Banca Generali. «L’operazione accelererebbe in modo significativo la trasformazione strategica di Mediobanca, che mira a diventare leader nel wealth management», ha per esempio spiegato Iss. A cui ha fatto eco Glass Lewis: «L’offerta rappresenta un'opportunità sostanziale per gli azionisti di Mediobanca, le cui azioni continuano a essere scambiate ben al di sopra del valore implicito dell'offerta Mps».
Con Nagel quindi ci saranno tra gli altri BlackRock (4,16%), Norges Bank (1,45%), Bank of Montreal (2,16%) e Artisan Partners (oltre l’1%). Le proiezioni che circolavano quando questo giornale andava in stampa stimavano un’affluenza intorno all’80%, con i voti a favore dell’ops intorno al 42% e i contrari al 36% circa. Lo scarto sarebbe rappresentato proprio da quel 6% ancora in bilico tra Benetton, Unicredit e Agricole.
Perché è così importante il responso dell’assemblea Mediobanca? In primo luogo perché avrà un effetto diretto sul titolo della merchant bank e in seconda battuta perché potrebbe incidere sul controvalore dell’offerta del Montepaschi sulla stessa Piazzetta Cuccia. Dalla presentazione dell’ops sul gruppo di Gian Maria Mossa le azioni Mediobanca hanno guadagnato oltre il 9% e potrebbero salire ancora in caso di voto favorevole. Tale andamento metterebbe ulteriormente sotto pressione la proposta di Siena: già oggi il prezzo dell’operazione incorpora uno sconto di oltre il 7,5% rispetto alle quotazioni di Mediobanca, pari a un controvalore di oltre 1,2 miliardi.
Il sì dell’assemblea metterebbe quindi a rischio il progetto di un terzo polo bancario incentrato su Rocca Salimbeni e originariamente allargato a Banco Bpm e Piazzetta Cuccia. Un progetto caldeggiato non solo da Caltagirone e Delfin ma anche dalle casse - presenti sia a Siena che in Piazza Meda - e soprattutto dal governo.
Il sì avrebbe anche l’effetto di passare la palla al Leone di Trieste e al suo amministratore delegato Philippe Donnet, che entro ottobre dovranno esprimersi sulle condizioni finanziarie e commerciali dell’offerta su Banca Generali. A partire dall’impiego del 6,5% di azioni proprie che la compagnia riceverà come pagamento in cambio del 50,17% della sua controllata. (riproduzione riservata)