C’è una data che da sempre è un classico per la finanza italiana: 28 ottobre. Quel giorno, per volere di Enrico Cuccia, si celebra l’assemblea di Mediobanca, perché il banchiere siciliano trapiantato a Milano voleva ribadire che nelle ore fatidiche della marcia su Roma delle camicie nere di Benito Mussolini non si resta inermi. Correva il 1922.
Oltre un secolo dopo, l’assise della banca d’affari, a trazione Monte dei Paschi di Siena vincitore di una lunga battaglia a seguito di un’offerta pubblica di scambio con tanto di ritocco cash in corso d’opera, continuerà a svolgersi sempre quel giorno ma ci sarà poco da attendere in piazzetta Cuccia, già Filodrammatici: si è deciso di tenerla a distanza, come permette peraltro il nuovo Testo unico della finanza, e mancherà dunque quel pathos che contraddistingue tutte le grandi occasioni nel salotto buono milanese.
Ma se giornalisti e cineoperatori avranno poche dichiarazioni e immagini da raccogliere, anche se qualcuno comunque proverà a fare capolino nell’angolo sacrale degli incroci finanziari nazionali, martedì 28 ottobre 2025 sarà comunque un giorno da incorniciare. Intanto perché ci sarà un passaggio di testimone, anche questo virtuale, tra gli uscenti, l’amministratore delegato Alberto Nagel e il presidente Renato Pagliaro, e i due banchieri candidati a sostituirli, rispettivamente Alessandro Melzi d’Eril e Vittorio Grilli.
Questi ultimi sono figure autorevoli del panorama finanziario nazionale, ben conosciuti dai mercati e anche per questo hanno avuto il gradimento nella lista presentata per il cda dagli azionisti di Mps, a partire dalla Delfin di Francesco Milleri, per finire con Francesco Gaetano Caltagirone, Ministero dell’Economia e Luigi Lovaglio, ceo del Monte.
Il primo sarà il più giovane ceo in carica in una banca italiana di spessore internazionale, il secondo ha già un lungo passato nelle istituzioni finanziarie private e pubbliche, avendo anche ricoperto il ruolo di ministro dell’Economia. Il compito di Melzi d’Eril sarà di mettere a terra le sinergie tra il Monte dei Paschi e Piazzetta Cuccia, preservandone i valori. Così come d’altronde ha fatto in Anima Holding, che guida dal 2020 dopo aver averla portata in Borsa nel 2014. La sua squadra lavorerà in tandem con Grilli, banchiere appunto di lungo corso, con una vasta rete di relazioni.
Ma se è ancora presto per capire le mosse dei due nuovi timonieri di Mediobanca, si può anticipare come sarà l’azione del banchiere che guida l’istituto creditizio più antico del mondo.
Chi ha avuto modo di parlarci racconta di un Lovaglio tranquillo e pronto alla nuova sfida, ma senza alcuna smania di protagonismo. Lui, come d’altronde il presidente del Monte, Nico Maione, il 28 ottobre, non varcherà il mitico cancello istoriato né percorreranno la sobria guida rossa che porta al primo piano della banca d’affari. Resteranno a distanza, forse per un logico timore reverenziale con cotanta storia, ma anche perché vogliono sottolineare una linea di controllo molto low profile.
Così low profile che i due, a quanto pare, non avranno nemmeno una stanza a disposizione. Quella storica di Enrico Cuccia, appaiata alla sala del consiglio d’amministrazione, resterà vuota senza un ospite, almeno per i prossimi mesi, così come è accaduto dalla scomparsa del fondatore ad oggi, per la sola eccezione di Giorgio La Malfa, il quale era solito usare la scrivania del banchiere, sovrastata da una grande mappa di Parigi, regalo di nozze del suocero Alberto Beneduce. Anche i gesti e le assenze significano qualcosa.
Lovaglio, come ha avuto modo di affermare durante la sua audizione in Commissione banche in Parlamento, si concentrerà sull’aggregazione Mps-Mediobanca, secondo uno schema a forma di quadrilatero. Il primo lato sarà rappresentato dalla necessità di estrarre ancora il maggior valore possibile dall’operazione utilizzando i benefici fiscali da essa derivanti e lavorando sull’armonizzazione del personale e delle piattaforme utilizzate dalla banca commerciale e da quella d’affari. Il secondo lato verterà sulle modalità per portare sotto il Monte le parti commerciali del mestiere bancario e dunque Compass, Premier e Widiba (che probabilmente è destinata a confluire nella seconda realtà) mentre Mediobanca resterà concentrata sul comparto private banking.
Il terzo lato del poligono di Lovaglio sarà quello di analizzare il possibile delisting di piazzetta Cuccia, che avverrà per effetto dell’incorporazione di essa nel Monte e non per un input derivante dalla Banca Centrale Europea che di solito chiede l’uscita dal listino quando il flottante di una società è esiguo. Il quarto ed ultimo lato è la polpa di piazzetta Cuccia, ossia i rapporti con Generali, il diamante in cassaforte. Su questo punto il banchiere è netto nei suoi ragionamenti: non se ne occuperà e lascerà ai grandi azionisti della nuova entità ogni strategia.
Poco si sa del ruolo che occuperà il Mef in questa nuova realtà, d’intesa con la premier Giorgia Meloni, che pur sempre resta un azionista di peso in Mps-Mediobanca col suo 4%. Secondo quanto risulta a Milano Finanza, il ministro Giancarlo Giorgetti, ideatore del terzo polo bancario che inizialmente doveva ruotare attorno a Mps-Anima e Bpm, non ha ancora preso una decisione sull’eventuale uscita dello Stato dall’azionariato senese ma non esclude che questo possa avvenire in un prossimo futuro.
Il governo oggi ha le mani libere, perché con la Commissione europea il dossier sulla privatizzazione del Monte si è chiuso e Bruxelles non ha più richieste da avanzare. Ogni scelta sulle prossime mosse sarà dunque dettata da esigenze nazionali e non da diktat comunitari. E magari le strade della finanza privata e dell’esecutivo sono destinate a separarsi.
D’altronde era questo l’intento di Enrico Cuccia e di Raffaele Mattioli al momento della nascita di Mediobanca: offrire un finanziamento a medio termine alle imprese, utilizzando anche le garanzie delle banche pubbliche chiamate a raccolta, per poi lasciare al mercato l’ultima parola. Una vecchia lezione, che può tornare d’attualità. (riproduzione riservata)