Sono circa 5 mila le aziende italiane della Difesa e della Sicurezza che lavorano per i colossi come Leonardo e Fincantieri ma faticano a uscire dal cono d’ombra. Azimut le ha studiate a lungo prima di lanciare il nuovo fondo Secure Europe Technologies, che vuole fare da trampolino di lancio per questa categoria di imprese medio-piccole, a patto che le armi ne restino fuori, come spiega il ceo di Azimut Holding, Giorgio Medda.
Domanda. Avete già rafforzato la vostra presenza nei settori della sicurezza e della difesa. Cosa rappresenta questo ulteriore passo?
Risposta. Secure Europe Technologies è il primo fondo di private equity in Italia che nasce intorno al tema della sovranità e del supporto all’economia italiana attraverso investimenti focalizzati sulla protezione degli asset strategici. Parliamo di resilienza economica, sicurezza e prosperità del Paese. I primi beneficiari possono essere le piccole e medie imprese, che rappresentano una grande ricchezza imprenditoriale all’interno delle filiere della sicurezza, molto diversificate tra loro.
D. Quanto stimate di raccogliere?
R. L’obiettivo è pari a 250 milioni di euro. Pensiamo sia un target raggiungibile, con la possibilità anche di superarlo. Il fondo si inserisce nella più ampia strategia di Azimut negli investimenti alternativi, un ambito nel quale il gruppo gestisce già oltre 7,6 miliardi di euro (qui i dati sul risparmio gestito del primo trimestre 2026). A livello globale abbiamo raggiunto un’esposizione vicina al 10% dei portafogli dei clienti privati in strategie di lungo termine, che riteniamo in grado di generare ritorni significativi nel tempo.
D. Ha influito sulla scelta l’aumento delle spese militari europee e l’impegno dell’Italia sulla difesa?
R. Assolutamente sì. Dopo il conflitto in Ucraina si è creato un forte trend di investimento, sostenuto sia dall’aumento dei budget militari sia da nuove politiche economiche e industriali a livello europeo e nazionale. Questo sta proiettando il mercato verso dimensioni molto superiori a quelle attuali: oggi vale circa 50 miliardi secondo la Commissione Europea con prospettive di crescita tra i 200 e 400 miliardi in meno di 10 anni. E poi c’è tutto l’indotto, che apre opportunità prima impensabili.
D. Il fondo come aiuterà la filiera italiana ed europea della sicurezza?
R. In Italia ci sono circa 5 mila pmi attive nelle varie filiere industriali della sicurezza e della difesa. Sono aziende molto innovative: oltre il 70% dei brevetti sviluppati in questo ambito ha un valore economico concreto. Tuttavia, gran parte di questa manifattura lavora prevalentemente con i grandi campioni nazionali del settore. Il nostro fondo può aiutare queste aziende ad ampliare i loro orizzonti di sviluppo internazionale. La nostra strategia vuole rafforzarne la capacità finanziaria e accompagnarle verso una maggiore apertura internazionale, oltre i canali tradizionali.
D. La S di security sembra aver sostituito la sostenibilità tradizionale nell’acronimo Esg. È d’accordo?
R. L’interpretazione dell’Esg è cambiata nel tempo. Prima della guerra in Ucraina la sostenibilità era letta soprattutto in chiave etico-morale e questo portava spesso a escludere il settore della difesa. Noi continuiamo a non investire nell’industria degli armamenti, quindi restiamo coerenti con i nostri principi. Ma oggi i temi della sovranità, della protezione degli asset strategici e della sicurezza rientrano pienamente nella filosofia Esg, forse anche in una forma più concreta e profonda, evitando il rischio di greenwashing.
D. Quando si parla di sicurezza si pensa soprattutto a quella cyber.
R. Oggi la protezione passa inevitabilmente dalla dimensione digitale, quindi la cybersecurity è centrale (qui l’ultima operazione di Azimut nell’AI). Ma non è l’unico ambito. Guardiamo anche a tecnologie meccaniche, elettroniche ed elettriche applicabili alla protezione delle infrastrutture e alla difesa. Manteniamo un approccio ampio sull’universo industriale in cui investire.
D. C’è posto per il settore aerospace?
R. Certamente. Accanto alla dimensione fisica e digitale c’è quella aerea e spaziale. Lo spazio resta un comparto affascinante, anche se ancora marginale rispetto alle grandi dimensioni economiche globali. Più interessante, in ambito aeronautico, soprattutto per l’Europa e per l’Italia, è il segmento dei droni ad uso civile, come ad esempio quelli usati per sorvegliare le reti infrastrutturali, dove esistono margini per costruire un vantaggio competitivo industriale e tecnologico importante.
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