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Med & Italian Energy (Intesa): l’indipendenza energetica è un’utopia, puntare sulla sicurezza
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Med & Italian Energy (Intesa): l’indipendenza energetica è un’utopia, puntare sulla sicurezza

di Angela Zoppo
28 gennaio 2026, 22:00 Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2026, 00:00

I numeri del settimo rapporto Srm- Esl@energycenter Lab presentato al Parlamento Europeo. L’Italia ancora troppo dipendente dall’export, oltre a rinnovabili e nucleare bisogna puntare sull’efficienza energetica per ridurre i consumi.  | Energia, Trump può usare il gas naturale liquefatto come arma contro l’Ue?

L’indipendenza energetica non è un traguardo possibile per l’Italia, la sicurezza sì. «Parlare di autonomia totale non è realistico né probabilmente auspicabile. La sicurezza energetica significa invece garantire agli usi finali le commodity necessarie, che siano fonti energetiche o materie prime critiche, riducendo il rischio legato alla dipendenza da pochi fornitori», spiega Massimo Deandreis, direttore generale di Srm (il centro studi collegato a Intesa Sanpaolo), a MF-Milano Finanza.

La sicurezza dipende dal numero dei fornitori

«La transizione alle rinnovabili aiuta a diminuire la dipendenza da oil e gas una volta che gli impianti sono installati, ma comporta il rischio di spostare la dipendenza verso le materie prime critiche necessarie per costruire quelle tecnologie. Se queste risorse non sono disponibili all’interno dell’Unione Europea, la sicurezza dipende dal numero dei fornitori e dal peso che ciascuno di essi ha nell’approvvigionamento complessivo. L’insicurezza, invece, nasce quando pochi Paesi concentrano quote elevate dell’offerta. Per questo la sicurezza energetica non va letta come eliminazione della dipendenza, ma come capacità di gestirla e ridurla».

Anche per Ettore Bompard, direttore scientifico del Politecnico di Torino, non disponendo di sufficienti risorse naturali (anche se la produzione nazionale di gas sta tornando a crescere, ndr) è inevitabile che Italia ed Europa puntino anche sulla transizione energetica, che però non basta a garantire l’indipendenza. «Il nucleare può dare un contributo, ma abbiamo visto che sotto il profilo della sicurezza geopolitica può avere qualche criticità. È necessario perciò affiancare efficienza energetica e innovazione tecnologica, che consentono di produrre crescita economica con minori consumi».

I numeri del rapporto 

De Andreis e Bompard hanno parlato in occasione della presentazione, mercoled’ì 29 gennaio, al Parlamento Europeo del settimo Med & Italian Energy Report, incentrato quest’anno su «Energy security in the Mediterranean transition: electrification, critical raw materials and technologies» e realizzato da Srm e dall’ Esl@energycenter Lab del Politecnico di Torino, con la collaborazione della Fondazione Matching Energies.

Se l’Unione Europea resta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, che coprono il 56,9% dei consumi complessivi, l’Italia ha una percentuale ancora più alta, pari al 74%, seppure in lieve miglioramento rispetto al 75% precedente. La Francia, per fare un confronto, grazie al nucleare registra una dipendenza inferiore alla media Ue (40,1%), mentre la Germania mostra un livello più elevato e in crescita, al 66,8%.

Dal 2000 a oggi il mix elettrico europeo è profondamente cambiato: la quota di carbone è scesa dal 32% all’11%, quella del gas naturale è salita dal 12% al 15%, mentre le fonti rinnovabili sono cresciute dal 15% al 47% della generazione elettrica. Tutti i Paesi europei hanno aumentato il peso delle rinnovabili; l’Italia, con il 49% del mix elettrico da fonti rinnovabili, si colloca sopra la media europea.

Il dialogo euro-mediterraneo sulle energie green è considerato essenziale per ridurre la dipendenza energetica europea. Nel Nord Africa, che pure presenta le più elevate intensità solari ed eoliche, si colloca soltanto l’1,2% della capacità globale di generazione elettrica da fotovoltaico ed eolico, pari a 9 Gigawatt su 770 GW complessivi.Il petrolio resta invece una componente rilevante, seppur in calo, del mix energetico europeo, con una quota pari al 23%. Il Venezuela, ricorda il rapporto, detiene il 17,5% delle riserve mondiali accertate di petrolio ma non rientra tra i primi dieci produttori mondiali nel 2024. L’Iran possiede il 9,1% delle riserve mondiali di petrolio e il 17,1% di quelle di gas naturale, con una quota produttiva rispettivamente del 5,2% e del 6,4% del totale mondiale. (riproduzione riservata)



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