Gli investitori si stanno rivelando meno ribassisti riguardo al mercato dei metalli industriali, anche se si mantengono ancora cauti e selettivi riguardo a una qualsiasi esposizione al rialzo. A rilevarlo sono gli analisti di Goldman Sachs, evidenziando che il fattore scatenante di tale inversione di tendenza è l’evidenza di un calo dell’attività industriale del dragone in concomitanza con il progressivo allentamento delle misure di politica monetaria della Banca Popolare Cinese. “La propensione al rischio in questo settore è ancora limitata dalla mancanza di un miglioramento del mercato immobiliare” ammettono gli esperti. Gli operatori del mercato stanno diventando più rialzisti sull’alluminio alla luce di alcuni segnali microeconomici provenienti da Pechino (bassi livelli di scorte e domanda sostenuta), e sono supportati dall'aspettativa che sia l'offerta interna del metallo che la capacità produttiva abbiano raggiunto il limite massimo. “Riteniamo che ci troviamo nel punto in cui il limite della capacità di fusione sta incominciando ad influire sull'andamento dell'offerta spot” fanno sapere da Goldman Sachs. In Cina tale cap è di 45 milioni di tonnellate all'anno, con un tasso di utilizzo presumibile del 95%, che implica un tetto alla produzione di 43 milioni di tonnellate all'anno, ovvero un vincolo di 3,6 milioni di tonnellate al mese. Tale livello di produzione è stato già raggiunto nel terzo trimestre di quest'anno, con il mercato interno che adesso si trova a fare i conti con difficoltà di approvvigionamento, esacerbate da un livello di scorte persistente basso e da un aumento dei margini delle fonderie.
“Prevediamo una domanda di alluminio più forte in Cina anche per il prossimo anno, per cui tale ambiente più favorevole all’import del metallo non è destinato a essere di breve durata, e probabilmente influenzerà anche le esportazioni di semilavorati dalla Cina, cosa che a sua volta innescherebbe ulteriori restrizioni nei mercati al di fuori della Cina” fanno sapere da Goldman Sachs. “Ciò dovrebbe però compensare la contrazione della domanda nel mercato al di fuori della Cina, cosa che lascerà la bilancia globale in deficit per il resto dell'anno e favorirà un incremento dei prezzi, almeno inizialmente” aggiungono. Intanto, non si intravedono spazi di rialzo per il rame, data la produzione in crescita del dragone e il progressivo smaltimento delle scorte accumulate nel biennio 2021-2022. “Prevediamo che tale situazione cambierà entro la metà del prossimo anno, quando al picco produttivo previsto seguirà un fase di riduzione delle scorte” aggiungono i broker. Gli investitori rimangono ribassisti su tutti i fondamentali dei metalli delle batterie, così come sul minerale di ferro.
Sotto i riflettori i vincoli allo sviluppo di progetti di estrazione del litio in Europa e ai conseguenti contraccolpi alle catene di approvvigionamento europee delle batterie. Al momento le principali sfide sono rappresentate dai lunghi tempi di realizzazione dei progetti minerari e dalla crescente competizione per attrarre capitali, oltre alla generale mancanza di propensione al rischio per i progetti sulle materie prime in Europa. Secondo alcuni operatori del settore, i prezzi del litio continueranno a diminuire, e nel 2024 si dovrebbe assistere ad un eccesso di offerta. “Prevediamo un ulteriore calo dei prezzi del carbonato di litio cinese a circa 15 mila dollari per tonnellata di litio equivalente nel corso dei prossimi 12 mesi e ci aspettiamo che i prezzi fissati in Asia orientale seguiranno la stessa tendenza” fanno sapere gli esperti. Per il resto, attenzione puntata sull’aumento stagionale delle vendite di veicoli elettrici in Cina. Inoltre, alcuni progetti africani si stanno concludendo più rapidamente rispetto alle aspettative di mercato. Al tal proposito “stimiamo che quest’anno usciranno dallo Zimbabwe 64 mila tonnellate di litio, e 180 mila tonnellate nel 2024, pari al 20% dell'approvvigionamento globale di spodumene (un silicato di litio e alluminio, ndr)” fanno sapere gli analisti. (riproduzione riservata)