Le materie prime critiche sono il nuovo terreno di competizione globale, dove economia, industria e sicurezza nazionale si intrecciano in modo sempre più stretto. In questo scenario l’Italia, pur quasi priva di risorse estrattive, sta cercando di costruire una propria strategia lungo tutta la filiera. MF-Milano Finanza ne ha parlato con il viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, che spiega come l’Italia stia riposizionando il proprio ruolo tra dipendenze esterne, alleanze internazionali e nuove politiche industriali.
Domanda. Viceministro, le materie prime critiche sono diventate una risorsa strategica globale. Come il contesto geopolitico ha cambiato questo mercato?
Risposta. Il mercato delle materie prime critiche non è più solo un tema economico: è diventato una questione di sicurezza nazionale. La concentrazione dell’offerta è elevatissima – la Cina controlla il 97% del magnesio europeo e oltre il 90% delle terre rare – e invece di ridursi, questa dipendenza si sta accentuando: i tre principali Paesi raffinatori controllano oggi l’86% del mercato globale, contro l’82% di soli quattro anni fa. La guerra in Ucraina ha di fatto interrotto i flussi di approvvigionamento da Kiev, colpendo in particolare titanio, neon e grafite – materiali per i quali l’Ucraina è il principale fornitore europeo. I riflessi energetici e sulle rotte commerciali del conflitto in Medio Oriente, d’altronde, costituiranno inevitabilmente un ulteriore fattore di complicazione per le catene di fornitura. Tutto ciò, mentre la domanda non rallenta, spinta sempre di più anche dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale.
D. L’Italia dipende quasi totalmente dall’estero. Dove sta guardando per garantirsi gli approvvigionamenti?
R. Con un’attività estrattiva interna prossima allo zero, l’Italia importa la quasi totalità del suo fabbisogno di materiali strategici. Non è una posizione sostenibile, specie per un grande paese industrializzato come il nostro. La composizione geografica delle importazioni dirette è più articolata di quanto si creda: dai dati doganali 2024 l’Algeria risulta il primo fornitore con circa il 39%, seguita dagli Stati Uniti al 12%. Le importazioni dirette dalla Cina appaiono residuali in termini nominali, ma questa lettura è parziale: per magnesio e terre rare la Cina controlla oltre il 90% della raffinazione globale e dunque la sua presenza nelle catene del valore è strutturalmente molto più rilevante di quanto i dati doganali di primo livello suggeriscano.
D. In questo scenario, dunque, come si può muovere l’Italia?
R. La strategia che stiamo costruendo si muove su tre fronti: valorizzare quello che abbiamo in casa, giacimenti, riciclo, recupero da rifiuti industriali; costruire partenariati veri con l’Africa attraverso il Piano Mattei, non relazioni estrattive o predatorie ma accordi paritari che creino valore anche per i Paesi fornitori; e lavorare con i nostri alleati del G7 nell’ambito della Critical Minerals Production Alliance nata a Kananaskis, per consolidare alleanze industriali di lungo periodo e rafforzare le catene di valore.
D. Di fatto, però, l’Italia non ha giacimenti rilevanti. Cosa possiamo realisticamente offrire in un mercato dominato da chi le risorse le estrae?
R. L’attività mineraria in Italia è stata progressivamente abbandonata nel corso del Novecento, dalle miniere di carbone del Sulcis, a quelle di pirite in Toscana, fino all’estrazione di zinco e piombo in Sardegna. Quella stagione è chiusa. Ma questo non ci esclude dal gioco: semmai, ci definisce un ruolo diverso. Pensiamo alla corsa all’oro in California: a fare i veri affari non furono i cercatori, ma chi vendeva loro i jeans, i picconi, le provviste. L’Italia è in quella posizione, non siamo estrattori, ma siamo fornitori di ciò di cui gli estrattori non possono fare a meno: beni intermedi ad alto contenuto tecnologico, dall’impiantistica mineraria alle attrezzature di perforazione, dalla sensoristica ai sistemi di processo, fino alla chimica di base per la raffinazione. Siamo forti a valle, non a monte. E a valle, l’Italia ha una delle industrie di trasformazione più avanzate al mondo, capace di prendere una materia prima e ricavarne componenti ad alto valore aggiunto per l’automotive, l’aerospazio, le rinnovabili. Ma c’è un terzo fronte, forse il più promettente nel lungo periodo: il riciclo. L’Italia è tra i principali Paesi europei nell’economia circolare, e in un mercato dove la scarsità delle risorse primarie crescerà, chi sa estrarre valore dalle materie prime seconde avrà un vantaggio competitivo enorme. La partita non si gioca solo su ciò che si estrae dalla terra, ma su ciò che si riesce a recuperare da ciò che già esiste. (riproduzione riservata)