Il colosso australiano Macquarie, coinvolto col governo nell’operazione su Tim, è scivolato sul caso Cimolai, il gruppo di Pordenone, sotto la presidenza di Luigi Cimolai, messo in difficoltà da una nutrita serie di contratti su derivati a copertura del cambio euro-dollaro.
Per molti mesi del 2022, infatti, la valuta comune è stata ben sotto la parità, mentre le scommesse previste nei contratti la prevedevano attorno a 1,05 sul biglietto verde, valore superato solo di recente (oggi 1,0687).
Il gruppo, fondato nel 1949 a Pordenone da Armando Cimolai, scomparso di recente, è famoso per le sue strutture in acciaio per ponti, edifici, stadi (come quello dei mondiali in Qatar) e sistemi complessi come la protezione del reattore di Chernobyl.
La banca d’investimento australiana sostiene di essere in perdita per decine di milioni di dollari su contratti relativi a derivati con Cimolai. Le due società hanno iniziato a siglare contratti sulla valuta nel 2017 e tutto è andato bene fino a settembre dello scorso anno, quando Cimolai ha cominciato a non effettuare i pagamenti legati alle transazioni. Le prime difficoltà sono emerse quando banche e broker hanno iniziato a chiedere al gruppo italiano di ripristinare il margin call, il margine di garanzia man mano che il valore dell’euro si allontanava dal livello target previsto dal contratto.
Macquarie ha annullato gli accordi con Cimolai e ha depositato in Tribunale a Londra una contestazione «di fine rapporto» per 49 milioni di dollari, equivalente alla minusvalenza che il gruppo australiano ha dovuto contabilizzare. Lo ha riportato per prima la testata Low 360 e quindi Bloomberg specificando che ad oggi è la richiesta più ingente avanzata nei confronti della realtà di Prodenone.
La causa di Macquarie non è l’unica depositata a Londra. Un numero crescente di società, fra banche e finanziarie, sta perseguendo il gruppo di Pordenone per milioni di dollari su una scommessa risultata poi errata sui derivati.
La società di costruzioni a conduzione familiare ha sempre sostenuto che il consiglio di amministrazione non era a conoscenza dei fatti e ha subito allontanato due persone che lavorano al settore finanziario del gruppo.
Altri soggetti che hanno presentato richieste a Londra sono JB Drax Honore, Ebury Partners, Ballinger & Co. e Gps Capital Markets, secondo i quali Cimolai deve loro nel complesso 34 milioni di dollari. Deutsche Bank, NatWest e Morgan Stanley hanno segnalato l’intenzione di regolare i conti davanti a un giudice.
Ne frattempo, in Italia il tribunale di Trieste ha concesso a Cimolai la protezione dai creditori mentre l’advisor Lazard lavora al piano di ristrutturazione. Cimolai ha tempo fino alla seconda metà di febbraio per presentare un progetto di rilancio che può passare attraverso un aumento di capitale con apertura a soci esterni.
Come ha scritto milanofinanza.it il 2 dicembre 2022, Cimolai è considerato un gruppo solido, votato all’export e ha storicamente avuto il sostegno degli istituti di credito e di Sace, la società in mano al Mef guidata dall’ad Alessandra Ricci. Sace è specializzata nel settore assicurativo-finanziario, nell'export credit, nell'assicurazione dei crediti, nella protezione degli investimenti, nelle garanzie finanziarie, nelle cauzioni e nel factoring.
Sace, creditore di Cimolai assieme al ceto bancario, sta studiando un intervento legato alla copertura dei contratti e delle commesse in essere e quelli futuri di Cimolai. Sul fronte della copertura dei derivati, la società in portafoglio al Mef non ha strumenti appositi.
Quanto al Mef, starebbe valutando il dossier Cimolai attraverso Patrimonio Rilancio, lo strumento di sostegno che ha come scopo il rafforzamento patrimoniale delle imprese italiane con fatturato superiore a 50 milioni di euro. Un fatto che non escluderebbe l’arrivo di nuovi soci industriali. (riproduzione riservata)