E' un brutto inizio di settimana per l'Asia, con l'inflazione in Cina che corre nonostante Pechino tenga sotto stretta chiusura Shanghai, centro finanziario e tech del Paese, che ha 26 milioni di abitanti. Alle ore 7:10 italiane il Nikkei cede lo 0,8%, Hong Kong, il 2,45%, Shanghai l'1,75%. L'oro viaggia stabile a 1.944 dollari l'oncia, il petrolio Wti americano cede il 2,3% a 96 dollari il barile. L'euro passa di mano a 1,0886, lo yen scivola dello 0,5% a 124,41, mentre il T bond vede il rendimento salire dal 2,71% al 2,77% (una bella vendita) e i futures su Wall Street sono in deciso rosso (-0,7% in media).
Il tasso di inflazione annuale in Cina è salito al punto massimo degli ultimi 3 mesi pari all'1,5% a marzo dallo 0,9% precedente e al di sopra delle stime di mercato dell'1,2%. L'inflazione non alimentare è ulteriormente aumentata a causa dei costi di trasporto, mentre i prezzi dei generi alimentari registrano un leggero calo del costo della carne suina. La Cina ha fissato un obiettivo di Cpi (consumer price index) intorno al 3% per quest'anno.
I prezzi alla produzione sono saliti a loro volta dell'8,3% anno su anno a marzo, sotto le previsioni del +8,8% del consenso del mercato ma oltre il +7,9% precedente, evidenziando la pressione sui costi causata dall'invasione russa dell'Ucraina e delle persistenti interruzioni della catena di approvvigionamento.
Tutto ciò sta amplificando l'incertezza sulle prospettive di crescita e sulla direzione della politica monetaria, con l'economia cinese che continua a fare i conti con i lockdown e le ricadute della guerra in Ucraina. La settimana scorsa i mercati si aspettavano un taglio dei tassi, fatto raro in Cina, che tuttavia mal si abbina a un'inflazione che non demorde.
Il carovita è legato anche all'indice Fao (Food and Agriculture Organization of the United Nations) dei prezzi alimentari, che ha raggiunto un nuovo record record di 159,3 punti a marzo, in aumento del 12,6% rispetto a febbraio con la guerra che ha ridotto l'offerta e l'aumento dei costi di energia e fertilizzanti in continua salita. Secondo la Fao, i maggiori aumenti dei prezzi sono stati registrati per i cereali (17,1% su base mensile) a causa dell'impennata dei valori del grano, dei cereali grezzi e degli oli vegetali (+23% fra olio di girasole, palma, soia e colza). L'indice della carne è aumentato del 4,8%, raggiungendo a sua volta il massimo storico con i prezzi della carne suina che sono cresciuti al ritmo più veloce dal 1995 a causa della carenza di offerta nell'Europa occidentale e dell'impennata della domanda interna in vista delle imminenti festività pasquali. Inoltre i valori dei prodotti lattiero-caseari sono aumentati del 2,6% per l'inadeguata produzione di latte in Europa occidentale e Oceania e lo zucchero è salito del 6,7%, invertendo la maggior parte del calo dei tre mesi precedenti, dal momento che un forte aumento dei prezzi del petrolio ha alzato le aspettative di un maggiore utilizzo di canna da zucchero per la produzione di etanolo.
I valori del greggio sono scesi fino al 3% al di sotto dei 96 al barile, il secondo calo settimanale consecutivo, mentre i principali Paesi consumatori (riuniti nell'Aie) hanno annunciato l'intenzione di rilasciare petrolio dalle riserve strategiche. Gli stati membri dell'Aie immetteranno sul mercato 60 milioni di barili nei prossimi sei mesi, con gli Usa che corrisponderanno a tale importo parte dell'immissione di 180 milioni di barili annunciata a marzo. Non è chiaro se questo compenserà la carenza di greggio russo dopo che il Paese è stato colpito da pesanti sanzioni per l'invasione dell'Ucraina. Nel frattempo, il gruppo Opec+ delle nazioni esportatrici di petrolio non ha voluto aumentare gli obiettivi di produzione oltre i 400mila barili al giorno che ha aggiunto a livello mensile. (riproduzione riservata)