C’è un gran fermento nel mercato dei diritti sportivi. Le piattaforme di streaming stanno partecipando con forza alle aste per i diritti sportivi degli eventi live, attratte dalla possibilità di aumentare la fidelizzazione dei clienti e gli introiti pubblicitari, con il risultato di far schizzare in alto i prezzi.
Un fenomeno che è iniziato quattro anni fa, ma che sta diventando sempre più consistente, tanto che, secondo gli esperti di Ampere Analysis, gli investimenti globali nei diritti sportivi supereranno 78 miliardi di dollari entro il 2030, con un aumento del 20% rispetto al 2025. Gran parte della crescita degli investimenti degli streamer si è concentrata negli Stati Uniti, con le piattaforme che rappresentano il 21% della spesa sportiva nel Paese. In questo ambito Amazon e YouTube sono le protagoniste, grazie agli accordi stretti con la Nba (National Basketball Association) e la Nfl (National Football League) nel caso di Amazon e la Nfl per YouTube. L'impatto si sta facendo sentire sulle piattaforme lineari: Warner Bros Discovery (Wbd) ha perso i diritti della Nba lo scorso anno a favore di Amazon.
Rispetto agli Usa, l’Europa registrerà un’espansione più modesta, con un aumento del 17%: da 18,3 miliardi di dollari nel 2025 a 21,3 miliardi di dollari nel 2030. Sebbene le principali società sportive europee abbiano subito pressioni al ribasso nelle recenti aste dei diritti, Ampere prevede che la crescente attrattiva dello sport in diretta per gli streaming globali stimolerà la concorrenza sul mercato. Netflix, per esempio, sta valutando un'offerta per un pacchetto di diritti della Premier League inglese nel mercato britannico. Una mossa azzeccata? Dal punto di vista del colosso fondato da Reed Hestings, la ricerca Consumer di Ampere mostra che il 75% dei tifosi della Premier League è attualmente abbonato alla piattaforma: esiste quindi sia un'opportunità di fidelizzazione sia di acquisizione per coloro che non sono ancora abbonati.
Ma quali sono le conseguenze in Europa per gli operatori di pay tv? «Per loro, in teoria, l’impatto è la perdita di diritti chiave o l'aumento dei compensi che dovrebbero pagare per mantenere i diritti sulla loro piattaforma. L'impatto maggiore è stato avvertito da Sky sia in Germania sia in Italia, dove Dazn è entrata nel mercato negli ultimi anni e ha acquisito diritti chiave, come rispettivamente la Bundesliga e la Serie A. Una conseguenza simile si è verificata anche su Telefonica in Spagna, dove Dazn ha acquisito alcuni diritti de LaLiga», dice Minal Modha, analista di Ampere Analysis. Se gli effetti sono stati più limitati nel Regno Unito e in Francia, il recente accordo con Paramount nel Regno Unito per la Champions League maschile ha avuto un effetto diretto su Tnt Sports. C'è la possibilità che Tnt Sports ottenga i diritti alla fine, se Paramount dovesse acquisire Warner Brothers Discovery, ma al momento non c’è niente di sicuro.
Come possono allora reagire gli operatori della pay tv? La prima opzione è firmare accordi di distribuzione con gli streamer. «Abbiamo visto questo accadere tra Sky e Dazn sia in Germania che in Italia, e ciò significa che Sky può offrire l'accesso ai principali campionati di calcio nazionali, senza doverli pagare», dice l’analista di Ampere. Sappiamo che questa è una strategia a cui gli operatori di pay tv sono aperti, perché Canal+ ha dichiarato in Francia lo scorso anno che si sarebbe ritirata dalla gara per la Ligue 1 e che avrebbe semplicemente firmato un accordo di distribuzione con Dazn, in quanto sarebbe stato più economico.
L'altra opzione, spiega Modha, si può sintetizzare nelle operazioni di «fusione e acquisizione per aumentare la portata della piattaforma di pay tv e la sua capacità commerciale. Lo abbiamo visto con la fusione tra Rtl e Sky Deutschland, così come con il vociferato accordo tra Sky e Itv nel Regno Unito». Il fatto di avere anche un'emittente commerciale in portafoglio garantisce una copertura in chiaro, di cui molti eventi sportivi hanno bisogno per aumentare la base di fan, e fornisce agli operatori della pay tv più tempo nella programmazione, oltre alle ambite entrate pubblicitarie, che possono essere reinvestite in contenuti. (riproduzione riservata)