In termini economici e di principio, la doppia tassazione Ires non ha senso. Un profitto già tassato in capo alla società non dovrebbe esserlo di nuovo in capo al socio che lo riceve come dividendo. Tutti i principali Paesi che applicano regimi analoghi alla Participation Exemption (Pex) prevedono infatti distinguo selettivi, qualitativi o quantitativi, per evitare distorsioni: soglie di valore, tempi di detenzione o condizioni di sostanza economica.
Per questo, la proposta inserita nella Legge di Bilancio 2026 che introduce l’esclusione dalla Pex dei dividendi su partecipazioni inferiori al 10%, appare dannosa e controproducente, soprattutto se applicata alle società quotate nei segmenti small e midcap di Borsa Italiana.
È una norma che contraddice il percorso avviato da questo stesso governo, che aveva finalmente imboccato una strada virtuosa: favorire l’accesso delle imprese al mercato dei capitali; promuovere investitori stabili e domestici come casse ed enti previdenziali, fondi in gemmazione dal Fnsi, cui è necessario che seguano family office, holding di famiglia, soggetti Ires con disponibilità di cassa; apertura nel sostenere processi di aggregazione industriale per accrescere la dimensione e la competitività delle aziende italiane.
Conviene incrementare il valore aggregato e i singoli valori unitari (rerating) delle medie imprese quotate, sia per difenderle da takeover stranieri, che ne porterebbero i frutti in consolidati attuali e prospettici non nazionali, sia per trasformarle in campioni globali.
Per riuscirci, bisogna attrarle in Borsa, sostenerle anche con investimenti di family office e soggetti Ires italiani, capaci di detenere quote stabili e significative, anche se non di controllo, e favorirne l’M&A e l’aggregazione in perimetri quotati più solidi e competitivi. Il che inevitabilmente, comporta una diluizione delle partecipazioni individuali rispetto a quelle detenute nelle società originarie.
Tutto ciò non coincide con un provvedimento che sottopone a imposizione Pex i dividendi percepiti da soggetti Ires su partecipazioni inferiori al 10%. Il risultato sarebbe il disincentivare l’investimento paziente di holding italiane nelle società nazionali, scoraggiarne la capitalizzazione, ridurne la propensione alle aggregazioni, finendo per indebolire la struttura proprietaria italiana e incentivare la migrazione di piattaforme e teste di investimento all’estero.
Il gettito stimato, a fronte di tutto questo, se riferito ai dividendi delle società trattate sui mercati Egm, il segmento Star e in generale il Mid di Borsa Italiana, distribuiti a soggetti Ires con partecipazioni sotto il 10%, sarebbe davvero di poche decine di milioni di euro: un’inezia rispetto al danno potenziale su capitalizzazione e attrattività dei listini.
La collettività intera, erario compreso, gioverebbe invece molto di più di un mercato dedicato a small e mid company più profondo e popolato, con più società quotate, valori non mortificati rispetto ai fondamentali , più investitori stabili e più aggregazioni e scambi. Bisogna favorire la crescita di Private Investors in Public Equity (Pipe), ovvero investitori pazienti e liberi dai vincoli di liquidità giornaliera che condizionano invece i fondi Ucits. E poi in particolare incoraggiare le holding familiari italiane, che vantano complessivamente centinaia di miliardi di attivi, a sostenere la crescita domestica invece di cercare redditività ed efficienza altrove.
Avrebbe dunque senso introdurre una clausola di salvaguardia, escludendo dalla revisione della Pex:
- le partecipazioni in società quotate, incluse quelle trattate sui mercati Growth come l’Egm, detenute per almeno un anno;
- e le partecipazioni sotto il 10% rivenienti da operazioni di aggregazione o business combination con società trattate sui listini borsistici nazionali.
Infine, se si fa fuggire chi ha capitali da investire con visione e pazienza, costringendolo a operare tramite strutture estere, e poi lo si richiama, come individuo, con le “leggi Ronaldo” sui rimpatri, si fa davvero qualcosa di utile per il Paese? Perché senza sovranità finanziaria non ci può essere sovranità industriale. E senza investitori italiani stabili, non ci saranno mai leader italiani nei mercati globali.
Strocchi è Consigliere Assonext e Presidente Electa Ventures