Le aspettative di crescita degli Stati Uniti si rafforzano mentre i rendimenti reali raggiungono nuovi massimi, fornendo supporto alla divisa a stelle e strisce. Ad evidenziarlo sono gli analisti di Lombard Odier, i quali individuano tra le cause di tale ripresa l’aumento delle probabilità di un atterraggio morbido da parte della Fed e l'intensificarsi dei rischi al ribasso sulla crescita cinese. Già lo scorso maggio gli analisti di Lombard Odier avevano ridotto le stime sul cambio euro/dollaro a quota 1,08 in un intervallo compreso tra 1,06 e 1,10, sulla scia degli spiragli dell’eccezionalismo americano. «Abbassiamo ulteriormente il nostro target a tre mesi del cambio a quota 1,06, ma manteniamo invariata la nostra ipotesi a 12 mesi a quota 1,12», sottolineano gli esperti, precisando che l’obiettivo a un anno è rimasto invariato per via della sopravvalutazione del biglietto verde, delle compensazioni derivanti dalle condizioni commerciali statunitensi e del gran numero di investimenti in dollaro dei mercati.
«Manteniamo invariate le nostre ipotesi sul cambio euro/franco svizzero a 3 e 12 mesi, rispettivamente, a 0,97 e a 0,95», indicano a Lombard Odier. Gli operatori di mercato stanno iniziando a reagire a una serie di dati sull'inflazione svizzera più deboli delle attese, stimando che la Banca nazionale svizzera possa vedere una fine anticipata del suo ciclo di inasprimento e quindi un franco più debole. «Tuttavia, non siamo d'accordo con questo ragionamento per due motivi», incalzano gli analisti di Lombard Odier. In primo luogo, dopo una parentesi in cui l’inflazione si raffredda, l’authority ne ipotizza una riaccelerazione al di sopra del 2% nel 2024, mentre il numero uno della Banca centrale, Thomas Jordan, ha indicato una tolleranza, se non proprio una preferenza, per un'inflazione più bassa, con un obiettivo dello 0-2% piuttosto che del 2%. I dati sull’inflazione rimangono elevati rispetto alle medie storiche mentre il franco svizzero, in termini reali, pur essendosi rafforzato molto negli ultimi mesi, si aggira ancora intorno al suo valore medio storico.
In secondo luogo, anche nello scenario in cui la Banca nazionale svizzera dovesse fermarsi e la Bce proseguire con l’incremento dei tassi, i differenziali resterebbero, comunque, meno rilevanti per una valuta come il franco. L’authority elvetica usa il cambio come uno strumento di politica monetaria e ha a sua disposizione un’ampia disponibilità di riserve per preservare la tenuta della valuta. «Se a ciò aggiungiamo alcune potenziali prospettive di crescita deboli in Ue, la domanda del franco potrebbe aumentare», prevedono a Lombard Odier.
«La nostra iniziale convinzione su una sovraperformance dello yen rifletteva il miglioramento del saldo con l’estero del Giappone, il rallentamento dell'economia statunitense e un aggiustamento un po' più rapido della politica da parte della BoJ. Mentre la prima ipotesi rimane valida, la convinzione sulle altre è scemata», spiegano gli analisti di Lombard Odier. La pressione al rialzo sui rendimenti Usa potrebbe continuare ad intaccare lo yen, tenuto conto che le stime sul pil statunitense del terzo trimestre sono ora in crescita (quelle della FedNow di Atlanta si attestano sopra il 5%, in netto aumento rispetto al 2,5% di un mese fa). Gli aggiustamenti della politica della BoJ hanno finora deluso i mercati. «L’eventuale venir meno del controllo della curva dei rendimenti da parte della BoJ, una contrazione del bilancio e un graduale allentamento della politica della Fed dovrebbero portare il cambio dollaro/yen a scendere verso quota 120, ma ciò si verificherebbe in un arco temporale che va oltre i 12-18 mesi», precisano, aggiungendo che «per il momento rivediamo gli obiettivi del cambio a quota 148 a 3 mesi e a 132 a 12 mesi (138 e 120 in precedenza), ma sussistono rischi di rialzo per il resto dell'anno», mettono in guardia.