In un solo anno, il 2022, Eni, Shell e le altre 10 major petrolifere che aderiscono all’Ogci (Oil and Gas Climate Initiative) hanno investito 24 miliardi di dollari in tecnologie per ridurre le emissioni di Co2: è la cifra più alta degli ultimi cinque anni, e ben il 66% in più rispetto al 2021, balzo che porta il totale a 65 miliardi di dollari. I dati sono appesa stati comunicati in un meeting a Londra. «Stiamo raggiungendo gli obiettivi in anticipo», afferma Bob Dudley, l’ex presidente e ceo di Bp, oggi a capo dell'Ogci e del comitato direttivo dei ceo, «Le nostre aziende sono attivamente coinvolte anche nello sviluppo di 40 hub per la cattura e stoccaggio della CO2 su larga scala in tutto il mondo, con un potenziale per rimuovere fino a 300 milioni di tonnellate di carbonio entro il 2030. Ciò equivale alla chiusura di 80 centrali elettriche a carbone o alla rimozione delle emissioni di 67 milioni di automobili». Ma quanto influiscono le strategie sostenibili nella distribuzione dei dividendi agli azionisti? C’è un rapporto tra taglio delle emissioni e profilo di rischio di una società?
A queste domande prova a rispondere l’analisi condotta da Scope Ratings sulle big oil europee, firmata dagli analisti Rohit Nair e Marlen Shokhitbayev. Ne viene fuori che sì, in effetti sia la spesa in conto capitale sia la remunerazione degli azionisti dei gruppi petroliferi e del gas integrati (i cosiddetti Cio) si stanno modificando a causa dell'incertezza sui tempi dell’addio al petrolio e dei rendimenti poco brillanti nel breve termine dei progetti a basse emissioni di carbonio. Con i combustibili fossili che alimentano la cassa, c’è pressione per dividendi sempre più alti: in Europa, Equinor, TotalEnergies, Bp e Shell sono quelle che destineranno la percentuale più alta a cedole e riacquisti di azioni proprie.
Ma come si arriva a questa conclusione? Partendo dal prendere atto di un processo, che pur sottile e non omogeneo, è in corso. «I gruppi europei stanno scegliendo strade diverse perché non esiste consenso su quando il passaggio ai combustibili a basse emissioni inizierà a ridurre la domanda globale di petrolio», osservano gli analisti, «L'Agenzia internazionale per l'energia si aspetta che ciò accada entro il 2030, l’Opec dopo il 2035, mentre la US Energy Information Administration addirittura non prima del 2050. Così i gruppi integrati dell’oil & gas si stanno adattando al petrolio favorevole a breve termine» Conclusione: continuare a investire più nelle tradizionali scelte di petrolio e gas «aumenta il rischio di attività non recuperabili e potrebbe ridurre la diversificazione degli asset. «Gli investimenti in progetti energetici sostenibili, invece, con tempi di realizzazione lunghi gravano soprattutto sulla redditività durante lo sviluppo ma poi ripagano gli sforzi e proteggono dalla ciclicità dei prezzi delle commodity». I forti flussi di cassa, spingono anche le aziende a fare di più, si legge nel report. «Negli ultimi anni le compagnie hanno ridotto significativamente la leva finanziaria, centrando o addirittura superando i loro obiettivi di leva finanziaria, così che un’ulteriore riduzione del debito non è in cima all’agenda. E in questo contesto, è difficile trascurare gli azionisti», affermano gli analisti. «C'è pressione sul management per distribuire liquidità, in mezzo alle incertezze su come impiegare al meglio il capitale di riserva per gli investimenti». (riproduzione riservata)