L’Italia potrebbe avere presto un nuovo meccanismo di tutela della proprietà industriale e intellettuale più attento alle piccole realtà imprenditoriali e innovative del Paese.
Un passo che risulterebbe cruciale per “l’ecosistema italiano dell’innovazione che sconta ancora un divario significativo rispetto agli altri Paesi europei”, sottolinea il direttore generale di Italian Tech Alliance, Francesco Cerruti, ascoltato in commissione Industria del Senato proprio sul disegno di legge proposto dal governo Meloni per modificare il codice esistente in materia di brevetti, in linea con gli impegni presi con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Se infatti il 2022 è stato l’anno record per investimenti in startup innovative in Italia con oltre 1,8 miliardi di euro investiti, i numeri degli altri Paesi europei competono in un altro campionato. Basti pensare che in Spagna sono stati investiti 6 miliardi, in Francia più di 10 miliardi e in Germania oltre i 15 miliardi.
Il problema è riconducibile anche ad una rigidità culturale che permane in Italia. In particolare, “ troppo spesso le startup vengono considerate come imprese fatte da ragazzi nel garage di casa” mentre, precisa Cerruti, diverse rilevazioni dimostrano il contributo fondamentale delle imprese innovative “al rilancio economico e sociale del nostro Paese”.
Dunque non si può che “apprezzare il nuovo slancio che riconosciamo esserci da parte delle istituzioni”, evidenzia Cerruti, che si concretizza, tra le altre cose, anche nella volontà di rivedere il sistema di brevetti vigente.
Importante è la proposta di modifica dell’articolo 148, che permetterebbe di pagare i diritti di deposito della domanda di brevetto non solo contestualmente alla consegna ma anche entro il mese successivo, dando tempo alle pmi e alle startup di raccogliere le risorse per versare le tasse.
Ma tra le nuove norme c’è soprattutto il superamento del “professor privige” (articolo 65): la titolarità delle invenzioni realizzate in ambito di ricerca non sarebbe più del singolo professore o ricercatore bensì dell’Ateneo o dell’Ente di ricerca. Una scelta “molto positiva” non solo perché "allineerebbe il nostro Paese al resto d’Europa” ma anche perché, aggiunge Cerruti, “agevolerebbe il cittadino attraverso un trasferimento tecnologico più sano e un miglioramento del meccanismo di connessione tra imprese, università e centri di ricerca”. (riproduzione riservata)