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IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI
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Le liberalizzazioni in Italia procedono molto lente. Ecco perché così il Paese non cresce

di Marcello Clarich*
30 luglio 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 31 luglio 2024, 12:28

La legge annuale sulla concorrenza imposta nuovi paletti sulla spinta del Pnrr, ma le novità arrivano con tempi più lunghi di quanto servirebbe | Rc Auto, l'Italia è primatista mondiale di black box e hanno fatto bene al mercato. Ora, paradossalmente, la legge sulla Concorrenza potrebbe danneggiarle

Non è stato accolto con favore nei primi commenti il disegno di legge annuale sulla concorrenza 2023 approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri e che il Parlamento dovrà approvare entro l’anno.

Anzitutto la legge annuale è uno strumento introdotto nel 2009 (legge n. 99/2009) per rimuovere i numerosi lacci e lacciuoli legislativi che distorcono la concorrenza che è lo stimolo principale alla crescita economica.

Una legge (non) annuale

La cadenza annuale non è stata rispettata. Sono rimaste senza seguito infatti le ripetute segnalazioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato volte a indicare gli ambiti di intervento più urgenti. Solo nel febbraio 2015 il governo Renzi varò un disegno di legge che impiegò ben 30 mesi per essere approvato con numerose modifiche e attenuazioni (legge n. 124/2017).

Tempi meno lunghi, dettati forse dall’urgenza della crisi economica e finanziaria, richiese il varo della seconda legge annuale promossa a fine 2021 dal governo Draghi. Subito dopo l’insediamento, quest’ultimo sollecitò l’Autorità antitrust a dare suggerimenti in gran parte recepiti nel disegno di legge approvato poi con molte modifiche ad agosto 2022 (legge n. 118/2022). Una terza legge annuale, molto meno corposa, ha superato il traguardo parlamentare a fine 2023 (legge n. 214/2023) anche in seguito alla minaccia del governo di porre la questione di fiducia.

L’annualità è stata recuperata solo in quanto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) presentato dal governo nel 2021 ribadiva l’obbligo e inseriva tra le riforme strutturali “abilitanti” quelle volte ad accrescere la concorrenza. In questo come in altri ambiti gli obblighi e le scadenze fissate dal Pnrr sono state fino ad ora prese sul serio per non compromettere l’erogazione delle tranche dei finanziamenti europei.

La spinta del Pnrr

Anche quella che dovrebbe essere la quarta legge annuale sembra avere il carattere di «un faticoso esercizio di legislazione trattenuta e di volontà dissimulata» (De Bortoli).

Quanto ai contenuti, oltre la metà degli articoli del disegno di legge (17 su 32) sono dedicati alla riforma delle concessioni stradali attesa da molti anni e inclusa nel Pnrr. Il governo Draghi aveva affidato a una commissione di esperti un rapporto sulla situazione attuale e sulle possibili proposte.

Il disegno di legge riprende soprattutto le indicazioni contenute nel Pnrr, tra le quali l’obbligo di svolgimento delle procedure di gara, il contenimento degli affidamenti in-house, la definizione di ambiti ottimali di gestione (tratte da 180 a 315 km), il regime tariffario.

Una certa enfasi è stata data nei primi commenti sul fatto che una parte dei pedaggi va a beneficio del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e confluisce in un Fondo per la gestione delle tariffe autostradali. Le somme così accantonate serviranno a remunerare la progettazione ed esecuzione di lavori e la manutenzione straordinaria e anche come perequazione economico-finanziaria per le tratte in perdita.

I paletti per la concorrenza

Minor attenzione è stata rivolta ai rapporti tra le procedure competitive delle concessioni e gli affidamenti in-house, cioè a società totalmente controllate dall’ente concedente. Il disegno di legge richiede una valutazione preventiva delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato, con riferimento agli obiettivi di efficienza, economicità, qualità del servizio e di impiego ottimale delle risorse pubbliche. Deve essere acquisito anche il parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) e dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac). Non è detto quanto questi paletti riusciranno a promuovere la concorrenza «per il mercato», in presenza di un pregresso caratterizzato da lunghe proroghe di gestioni affidate senza gara.

Per il resto, il disegno di legge contiene una serie di micro-misure tra la quali, per esempio, la portabilità delle scatole nere dei veicoli nel caso di cambio di assicuratore, la modifica dei parametri per definire le startup innovative, una delega al governo per riordinare le norme sulla concessione di spazi e aree pubbliche (cosiddetto dehors), prorogando intanto a fine 2025 quelle in essere.

Vari commenti hanno sottolineato quello che manca nel disegno di legge come la questione annosa delle concessioni balneari, i servizi postali, le farmacie, i trasporti locali, il servizio taxi.

Insomma, le liberalizzazioni sembrano procedere con il motore al minimo e restano inascoltate molte richieste dell’Unione europea (inclusa la Corte di giustizia), dell’Autorità antitrust e dei giudici nazionali a partire dalla Corte costituzionale. Non deve dunque stupire se il Paese da oltre vent’anni non cresce. (riproduzione riservata)

*ordinario di Diritto Amministrativo Sapienza Università di Roma



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