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Alessandro La Volpe, ceo Ibm Italia
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La Volpe: Ibm con l’AI risparmia 4,5 miliardi. Ecco i trend del 2026 per le aziende

di Raffaele Crocitti
12 dicembre 2025, 02:00 Ultimo aggiornamento: 11:44

L’ad Italia della big tech Usa illustra l’approccio client zero e la trasformazione anche culturale dell’azienda, oltre alle prospettive future dell’intelligenza artificiale

Che cosa significa integrare l’AI in azienda? Un cambiamento di cultura, nuovi processi e funzioni lavorative, esigenze strutturali diverse e vantaggi enormi: insomma, una rivoluzione. Alessandro La Volpe, ad di Ibm Italia, la racconta attraverso la realtà in cui lavora ogni giorno: un’azienda che usa il metodo del client zero.

«Prima di proporre soluzioni AI ai nostri partner b2b le testiamo su di noi: Ibm è la prima cliente di sé stessa», spiega La Volpe. Ibm negli ultimi anni ha implementato diversi strumenti che ora fanno parte dei processi aziendali per quanto riguarda le funzioni risorse umane, supporto It, finance e procurement.

Il risultato? Risparmi per 4,5 miliardi di dollari a livello globale per Ibm. La ricaduta occupazionale «è stata sì la scomparsa di alcuni lavori, ma anche l’introduzione di nuovi profili professionali: ora siamo 400.000 persone, esattamente quanti eravamo prima di questa trasformazione. L’importante è capire quali nuove competenze servono all’interno della singola azienda e un continuo processo di aggiornamento».

Competenze sempre più presenti nel mercato del lavoro italiano. L’ad di Ibm, che è anche docente universitario a Pavia, ha elogiato alcuni atenei del Paese per l’alto livello di istruzione in tema AI. 

Come trasmettere la cultura AI in azienda

La cultura AI interna all’azienda «deve partire dall’alto, perché sono i board a dover dare l’input, ma deve avere al contempo una forte leva bottom-up». A questo proposito, Ibm ha lanciato da tre anni il suo contest interno WatsonX Challenge (dal nome della loro AI), in cui i dipendenti dell’azienda lavorano in team per ideare, progettare e presentare soluzioni AI che possano semplificare il lavoro quotidiano. E talvolta l’azienda sviluppa davvero le idee più brillanti.

I dati e il cloud ibrido

Tra le partnership più recenti di Ibm Alessandro La Volpe cita Unipol con il progetto Nami, Campari con il brand Cynar e, a breve, Sparkle, che ha scelto l’AI WatsonX e il cloud ibrido di Ibm.

Il cloud ibrido è uno dei punti di forza di Ibm; secondo l’ad, è essenziale per le società poiché «al momento le aziende usano per il 99% dati pubblici per l’addestramento dei modelli ma questo ha dei benefici solo lato consumer: per funzioni corporate servono dati aziendali. Il cloud ibrido consente di usarli per i modelli e al contempo averne il controllo, che è fondamentale visto che sono patrimonio aziendale».

A proposito di uso dei dati per l’AI, La Volpe parla anche dell’Europa, ritenendosi soddisfatto delle novità normative in quanto permettono una migliore gestione dei dati da parte delle aziende. Ma avverte: «Pensare a tecnologie di matrice europea sarebbe un suicidio, ormai c’è troppo ritardo rispetto a Usa e Cina. Il vantaggio competitivo da sfruttare sono i talenti che abbiamo, magari nello sviluppo di applicazioni attraverso il Quantum, che sarà l’evoluzione dell’AI e per cui il 2026 sarà l’anno cruciale».

I trend dell’AI in azienda del 2026

Il Quantum computing, potentissimo mezzo di calcolo ed elaborazione per risolvere problemi complessi, sarà uno dei trend del prossimo anno, secondo l’ad di Ibm. Ma «richiede risorse che nessuna organizzazione può sostenere da sola. Servono più potenza di calcolo, dataset più ampi e competenze più avanzate. In breve, servono ecosistemi». La strada tracciata da Alessandro La Volpe, quindi, è la collaborazione tra realtà tech.

Gli altri trend del prossimo anno sono quattro, e possono rappresentare delle sfide molto importanti per molte aziende.

In primis, sfruttare l’incertezza economica e geopolitca che caratterizza i nostri giorni: vedere la volatilità come un’opportunità ed essere disposti a rivedere processi e divisioni aziendali in nome dell’agilità.

Il secondo, secondo Alessandro La Volpe, riguarderà i dipendenti e la richiesta, da parte loro, di sempre più AI in azienda. Qualcosa può sembrare controintuitivo, data la narrazione di uomo contro macchina nel mercato del lavoro: secondo uno studio, «il 61% afferma che l'AI rende il loro lavoro meno monotono e più strategico, liberandoli da compiti ripetitivi e permettendo di concentrarsi su attività di alto valore».

Il terzo riguarda i clienti: «il 56% di loro è disposto a perdonare le imperfezioni dell’AI, ma l’89% vuole sapere quando interagisce con un’intelligenza artificiale». La parola chiave è quindi trasparenza, soprattutto con riguardo ai dati del cliente.

L’ultimo riguarda la necessità di controllo dei dati e dei modelli AI da parte dell’azienda: «bisogna progettare l’ecosistema AI affinché carichi di lavoro, dati e agenti possano muoversi con facilità tra sedi e provider affidabili. Automatizzare le attività di compliance per favorire un’innovazione più rapida. Integrare la spiegabilità nei modelli fin dalla fase di sviluppo. Implementare sistemi di monitoraggio continuo in grado di individuare e correggere tempestivamente la deriva dei modelli, evitando cali di prestazioni o l’introduzione di bias».(riproduzione riservata)



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