Quanta acqua, o forse sarebbe meglio dire quanti cavi, sono passati sotto i ponti di Retelit dal 2018 al 2025. Sette anni in cui un’azienda tlc quotata di medie dimensioni, concentrata prettamente sul b2b, è passata dall’essere l’oggetto del contendere di due cordate che coinvolgevano libici, tedeschi e soldi del Vaticano - con conseguente caso politico di presunto (e mai confermato) conflitto di interessi dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte - a essere considerato un partner affidabile dal governo stesso per rilevare in partnership i cavi sottomarini di Sparkle sotto il controllo di un importante fondo infrastrutturale spagnolo.
Ed essere infine prossimo, secondo quanto ricostruito da Milano Finanza, a diventare un gruppo che punta ad accompagnare la digitalizzazione delle aziende italiane da quasi 500 milioni di fatturato una volta che si sarà conclusa l’acquisizione di Bt Italia.
Il nome di Retelit finisce al centro dell’attenzione nel 2018 quando, al termine di tre anni di turnaround guidato dagli allora vertici Federico Protto (ceo) e Dario Pardi (presidente), il gruppo quotato a Piazza Affari da 65,4 milioni di fatturato finisce al centro di un tentativo di scalata di Raffaele Mincione, finanziere italo-britannico tramite un fondo partecipato anche dalla Segreteria di Stato del Vaticano. Sull’altro fronte un mix di azionisti libici e tedeschi, motivo per cui Mincione commissiona un parere legale sulla necessità di usare il golden power su un’azienda che ritiene strategia per l’Italia, Retelit.
L’avvocato a cui viene commissionata nella primavera 2018 è Giuseppe Conte, ancora sconosciuto alle cronache politiche, e che produce un documento in linea con le idee di Mincione. Qualche mese dopo diventa presidente del Consiglio e sarà proprio il suo governo a deliberare il golden power su Retelit, sebbene Conte si astenga in ogni decisione (motivo per cui non è mai stato riscontrato il conflitto d’interessi denunciato dalle opposizioni).
La divisione tra azionisti rimane, fino a quando nel 2020 entra nel capitale sociale Asterion, fondo infrastrutturale spagnolo fondato e guidato dal ceo Jesús Olmos Clavijo, che rileva prima le quote di Mincione e altri azionisti superando il 20% e poi lancia un’opa finalizzata al delisting l’anno successivo. L’offerta valutava Retelit più di 330 milioni di euro, quando il suo fatturato era ormai salito ben oltre i 160 milioni di euro.
Oggi Retelit ha un azionariato stabile: è controllata al 100% dal veicolo Marbles, in cui l’azionista principale è Asterion, a cui si affianca come piccolo azionista (che controlla circa il 5% del capitale sociale). Si tratta del fondo Marguerite, un fondo istituzionale europeo che investe in energie rinnovabili e infrastrutture digitali in tutti gli stati membri dell’Ue. A istituirlo congiuntamente sono state la Banca europea degli Investimenti e diversi istituti finanziari pubblici nazionali, tra cui Cassa Depositi e Prestiti, la KfW tedesca, la Cdc francese, la Ico spagnola e la Bgk polacca come piattaforma di investimento europea condivisa.
La partecipazione del fondo Marguerite è un’eredità di una delle ultime operazioni di m&a che Retelit, sotto la spinta di Asterion, ha iniziato a mettere a terra, ossia Irideos, polo italiano Ict dedicato alle aziende e alla pubblica amministrazione che il fondo spagnolo controllava già in larga parte dal 2022 e che ad agosto 2024 è stato integrato nel gruppo. Ma non è stata l’unica degli ultimi mesi, che ha visto Retelit da un lato portare nel perimetro del gruppo realtà fortemente localizzate sul territorio – come Brennercom (in Trentino Alto Adige) e Bt Enìa (nelle province di Parma, Reggio Emilia e Piacenza) – e dall’altro ha effettuato operazioni di grandi dimensioni, come la partecipazione del 30% in Sparkle e il più recente accordo per rilevare le attività italiane di British Telecom. Il conglomerato nato da tutte queste operazioni di Asterion dovrebbe arrivare a registrare a regime circa 500 milioni di fatturato.
Ma quali sono i rami di business di Retelit? Come detto, si è trasformato da un semplice operatore tlc infrastrutturato a livello internazionale – grazie a una rete in fibra di 47 mila chilometri e a quattro continenti collegati con landing station da Genova a Bari, oltre la partecipazione al collegamento strategico sottomarino AAE-1 tra Europa, Asia e Medioriente – a qualcosa di più. Non solo la classica connettività di rete per le aziende, con servizi di fibra ottica e servizi voce, ma anche infrastrutture cloud e data center – 34 in Italia, tra cui l’Avalon Campus, il più grande internet hub del Paese –, servizi di cybersecurity, soluzioni per rendere smart le città e la produzione e gestione dell’infrastruttura Ict delle aziende. Insomma un polo, sotto la guida dell’amministratore delegato Jorge Alvarez in grado di mantenere sia una dimensione molto locale per le pmi sia di accompagnare le multinazionali. (riproduzione riservata)