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Andrea Orcel
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La scalata di Unicredit a Commerz, l’ops su Banco Bpm e la privatizzazione di Mps. Ecco perché il 2025 sarà l’anno del risiko

27 dicembre 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:56

In poco più di tre mesi il sistema bancario italiano è entrato in fibrillazione dopo anni di immobilità. Molte operazioni portano la firma di Andrea Orcel, ma l’intero comparto ha bisogno di m&a per affrontare il nuovo contesto 

In poco più di tre mesi il sistema bancario italiano è entrato in fibrillazione dopo  anni di immobilità. L’11 settembre 2024 Unicredit ha annunciato l’acquisto del 9,5% di Commerzbank, avviando una scalata che sinora ha portato gli italiani al 28% potenziale dell’istituto tedesco.

La mossa successiva è stata compiuta da Banco Bpm su Anima, con un’opa da 1,58 miliardi di euro lanciata il 6 novembre con un premio dell’8,5%. Gli analisti hanno fatto appena in tempo a metabolizzare l’annuncio e a diffondere i propri report quando, una settimana dopo, il Tesoro ha scosso Piazza Affari con il collocamento del 15% del Montepaschi.

Con questa mossa, attesa ma del tutto inedita per modalità, via XX Settembre ha di fatto concluso la privatizzazione della banca senese guidata da Luigi Lovaglio, consegnandone le chiavi a un gruppo di investitori di fiducia che comprende Banco Bpm (5%), Anima (4%), Francesco Gaetano Caltagirone (3,5%) e Delfin (3,5%) e aprendo così il cantiere del terzo polo del credito italiano.

L’ops sul Banco

I giochi a quel punto sembravano fatti con Unicredit impegnata in Germania e il Banco pronto a prendersi Anima e il Montepaschi in Italia. Ma lunedì 25 novembre Andrea Orcel ha di nuovo scompaginato le carte di banker e analisti con un’ops da 10,1 miliardi sul Banco.

La mossa del banchiere è piombata come un terremoto sulla finanza italiana, ponendo una pesante ipoteca sul progetto del terzo polo e aprendo un secondo fronte di m&a per Unicredit. Non sono mancate le polemiche, con Palazzo Chigi pronto ad agitare lo spettro del veto Golden Power per bloccare un’operazione non concordata e sgradita alla Lega di Matteo Salvini.

Ovviamente anche il Banco, pur ingessato dai vincoli della passivity rule, è subito salito sulle barricate. Per l’istituto di Giuseppe Castagna l’offerta di Unicredit (che prevede un premio di appena lo 0,5%) non valorizza a sufficienza la banca milanese e, come messo nero su bianco in un esposto indirizzato alla Consob, può essere letta come una mossa del tutto strumentale per bloccare l’opa lanciata da Bpm su Anima.

Appena prima di Natale, proprio mentre il fronte milanese si faceva rovente, Orcel ha rilanciato in Germania: Unicredit ha aperto equity swap con diverse controparti internazionali salendo dal 21 al 28% potenziale di Commerzbank, appena un soffio sotto la soglia d’opa. Risultato? In appena 13 settimane Piazza Affari ha assistito a più operazioni straordinarie in ambito bancario che nei 13 anni precedenti.

Perché ora?

Molte delle iniziative in campo portano la firma di Orcel. L’asso del m&a finanziario arrivato nel 2021 al vertice di Unicredit cercava da tempo delle prede per espandere la sua banca. Dopo il flop su Mps e il rimo fallito assalto a Piazza Meda, nei mesi scorsi il banchiere è partito alla carica, aprendo un inedito doppio fronte, su Commerz e su Banco.

Oggi Unicredit è il candidato ideale al ruolo di cacciatore. Il gruppo di piazza Gae Aulenti è reduce da un biennio di forte crescita sia nei bilanci che in borsa. Il titolo è aumentato di oltre il 150%, toccando a fine ottobre il massimo degli ultimi 13 anni a quota 42 euro (venerdì 27 dicembre era attorno ai 38 euro). Una carta così forte rende particolarmente convenienti deal in azioni. Non solo. Unicredit oggi è seduta su 10 miliardi di capitale in eccesso che aspetta solo di essere impiegato in iniziative in grado di produrre valore per i soci.

Le risorse per la crescita insomma non mancano e la strategia di Orcel si va a poco a poco delineando: se tutto andrà secondo i piani, prima ci sarà la conquista di Banco Bpm per rafforzare il radicamento italiano del gruppo e poi, dopo l’estate, l’affondo sulla Germania con la costruzione così di un gruppo pan-europeo.

Le necessità del mercato

Il risiko italiano ha trovato in Piazza Gae Aulenti il proprio catalizzatore ma gli analisti sono convinti che il processo in atto abbia motivazioni più ampie e profonde. Per le banche italiane il ciclo espansivo sta giungendo al termine: con i tagli dei tassi della Banca Centrale Europea i margini tenderanno a ridursi, specialmente per gli istituti meno diversificati nei ricavi da commissioni. Ci sarà inoltre un aumento del costo del rischio dovuto alla crescita fisiologica degli stock di credito deteriorati nei bilanci.

Di fronte a queste prospettive molti istituti stanno cercando nuove opportunità di creazione di valore e l'm&a è una strada promettente per raccontare una storia di crescita. Lo si è visto già in altri paesi. La prima mossa nel consolidamento europeo del 2024 è arrivata dalla Spagna dove il basco Bbva ha lanciato un ops sulla catalana Sabadell. In estate è scesa in campo Bnp Paribas che ha messo nel mirino le gestioni di Axa Investment Management con un’acquisizione da 5,1 miliardi. Che le fabbriche del gestito saranno al centro della nuova ondata di m&a è confermato anche da altre due operazioni su cui oggi si specula: l’acquisto dell’asset management di Allianz da parte di Amundi (il braccio armato del Crédit Agricole nel risparmio) e la possibile partnership tra Generali e Natixis.

Operazioni solo domestiche

Gran parte delle operazioni sono ancora domestiche, soprattutto per il mancato completamento dell’Unione Bancaria. Le sinergie legate alla fungibilità del capitale e della liquidità tra diversi paesi incontreranno grandi ostacoli fino a quando le banche centrali nazionali non rimuoveranno le barriere regolamentari. Anche l’atteggiamento critico di molti governi verso l’arrivo di operatori stranieri non aiuta, come dimostrano le difficoltà incontrate da Unicredit nella campagna di Germania. Qui il cancelliere uscente Olaf Scholz si è spinto a definire la scalata di Orcel «un atto ostile e non appropriato». Per ora insomma il consolidamento sembra destinato a restare confinato dentro i singoli stati.

Gli attori in Italia

Anche così però gli effetti potrebbero essere dirompenti, soprattutto in Italia. Già oggi l’assalto di Unicredit alla Bpm è finito nel radar di molti soggetti di primo piano del sistema finanziario nazionale.

In prima fila c’è Caltagirone che, arrotondando a dicembre le quote in Anima e Mps, ha subito certificato il proprio forte interesse per le partite in atto a Milano e a Siena. Al suo fianco dovrebbe muoversi Francesco Milleri, presidente di Delfin, molto vicino all’imprenditore ed editore romano nelle partite Mediobanca e Generali. C’è Deutsche Bank che, a certe condizioni e soprattutto dietro moral suasion della politica tedesca, potrebbe rompere gli indugi e annunciare un’operazione straordinaria sulla rivale Commerz in funzione anti-italiana. C’è il Tesoro che, dopo essersi impegnato nella privatizzazione del Montepaschi e nella costruzione di una nuova governance tricolore per l’istituto, potrebbe difendere con determinazione la nascita del terzo polo.

Da ultima c’è Intesa. Il ceo Carlo Messina ha speso parole di apprezzamento per la ripresa del m&a, ma ha anche sostenuto la necessità di costruire un terzo polo nel credito nazionale. Soprattutto, dopo l’impegnativa opas su Ubi del 2020, la Ca’ de Sass non ha preso nuove iniziative nello scacchiere italiano. Arriverà da qui la nuova mossa a sorpresa del consolidamento bancario? Le speculazioni non mancano specie perché, pur all’interno di stringenti paletti Antitrust, a Intesa non mancherebbero le risorse da investire nella crescita. Quello che è certo è che il risiko è partito e che il 2025 riserverà ancora molte sorprese a soci e dipendenti delle grandi banche italiane. (riproduzione riservata)



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