È arrivato il cigno nero e si chiama Donald Trump. È difficile immaginare che il presidente americano rinunci a portare a casa qualcosa di concreto dall’estenuante trattativa sui dazi e quel qualcosa che otterrà sarà un danno per la nostra economia e per quella europea.
L'Italia non solo rischia una bolletta da 37 miliardi di euro e di avere un pil negativo, come ha sottolineato Confindustria, se davvero l’inquilino della Casa Bianca confermerà l’aumento delle tariffe al 30% sulle merci europee, ma il pericolo è una involuzione produttiva di alcuni suoi settori fondamentali. Anche per questo la premier Giorgia Meloni sta vivendo giorni agitati e non ha nascosto una grande preoccupazione: il nostro paese rischia di andare in recessione appena scatterà la tagliola dell’amico americano. E ciò per una serie di considerazioni che seguono.
MF-Milano Finanza può rivelare il dossier che la Presidente ha sulla sua scrivania a Palazzo Chigi. Esso parte da due punti fermi che dividono la questione dazi e la trattativa in corso tra Unione Europea e Stati Uniti: 1) Esportazione verso gli Usa di prodotti italiani, ovvero export Italia (import Usa); 2) Importazione in Italia di prodotti originari Usa, ovvero import Italia (export Usa).
Nel caso dell’esportazione di un prodotto italiano verso gli Stati Uniti (primo punto), non è l’Italia a determinare il codice doganale rilevante per l’ingresso delle merci nel Paese terzo, bensì l’Autorità doganale statunitense. Tutti i Paesi, inclusi gli Usa, adottano il Sistema Armonizzato di designazione e codifica delle merci, che prevede codici standardizzati a sei cifre comuni a livello globale. A partire da queste sei cifre, ogni Paese può integrare ulteriori cifre nazionali per fini statistici o regolatori interni. Quindi, se le Autorità statunitensi intendessero applicare un trattamento daziario differenziato ai prodotti italiani, anche in virtù dei buoni rapporti tra Meloni e Trump rispetto a quelli di altri Paesi Ue, potrebbero farlo in relazione all’origine della merce.
In pratica, il codice merceologico resterebbe identico, mentre la diversa imposizione sarebbe legata all’origine (preferenziale o non preferenziale) della merce. In tale contesto, qualora una merce sia interamente prodotta in Italia, o sufficientemente trasformata in Italia, secondo i criteri di origine non preferenziale stabiliti dagli Stati Uniti, l’origine dichiarabile sarà “Italia” con specifica imposizione daziaria.
Questo è un punto fondamentale che sta molto a cuore ai difensori del made in Italy come Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, e Massimiliano Giansanti, leader della Confagricoltura. Diversamente, se la merce è solo parzialmente lavorata in Italia o subisce trasformazioni sostanziali in altri Paesi prima dell’importazione in Usa, l’origine sarà determinata sulla base dell’ultima lavorazione sostanziale effettuata. Le regole, dunque, dipendono sempre dalla normativa Usa sull’origine, applicata ai fini daziari e doganali.
Viceversa, e siamo al secondo punto fermo dell’analisi, nel caso dell’importazione di merci in Italia, il nostro Paese non può autonomamente stabilire trattamenti tariffari differenziati per le merci provenienti dagli Stati Uniti rispetto a quelle di altri paesi europei. In quanto Stato membro dell’Unione, l’Italia applica la Tariffa Doganale Comune. Qualsiasi intervento sulle aliquote daziarie o sul trattamento differenziato in base all’origine può essere adottato esclusivamente a livello unionale, mediante regolamento del Consiglio o della Commissione europea.
Il dossier in mano alla premier, che ha istituito una task force sul tema a palazzo Chigi, elenca dati di fatto al momento incontrovertibili: l’Italia potrebbe anche avere un trattamento privilegiato dagli Stati Uniti, ma in questo modo si inimicherebbe l’Unione Europea e gli altri paesi membri, sempre posto che essi non stiano facendo la stessa cosa ma ciò comporterebbe la deflagrazione dell’Ue. In secondo luogo, il governo ha altresì le mani legate per trattamenti differenziati nei contro dazi verso le merci americane, perché li stabilisce Bruxelles sulla base delle norme comunitarie.
In conclusione, appena compiuti i mille giorni di esecutivo, che hanno fatto registrare un’ottima performance finanziaria e di risalita dell’occupazione, come MF-Milano Finanza ha fatto notare, la paura del capo del governo è che il combinato disposto di dazi sull’export e dazi sull’import possa mandare in sofferenza già nelle prossime settimane alcuni settori chiavi per la nostra produzione industriale come i macchinari, i farmaceutici, gli alimentari e l’automotive, i nostri campioni dell’export in Usa. Con la conseguenza di ritrovarsi a settembre con un pil sottozero. (riproduzione riservata)