Siti di banche, ministeri e ferrovie improvvisamente non raggiungibili. Disfunzioni nei servizi online di aziende sanitarie e di pubbliche amministrazioni, inaccessibili per ore. È quello che sta succedendo in tutta Europa come effetto della crescente ondata di attacchi informatici provenienti dalla Russia, che per ora si stanno limitando a sovraccaricare i sistemi web di istituzioni e realtà economiche europee con il moltiplicarsi di richieste di accesso massicce che risultano insostenibili, portando al collasso temporaneo delle infrastrutture digitali.
Questa è la prima conseguenza del ruvido confronto tra Zelensky, Trump e JD Vance, che ha portato alla sospensione americana delle operazioni cyber contro Mosca, lasciandola libera di concentrare maggiori sforzi per aumentare la pressione sugli Stati che proseguono a sostenere Kiev con strumenti di guerra informatica.
Gli attacchi di questi giorni non sono particolarmente dannosi, perché in poche ore si riesce a ovviare alla difficoltà e ripristinare la funzionalità dei siti, ma ha conseguenze importanti: prendere di mira finanza, trasporti e servizi pubblici non significa solo creare disagi momentanei a milioni di cittadini, ma genera effetti a catena che minano la fiducia nelle istituzioni.
Gli attacchi sono condotti da gruppi come Noname057(016), non direttamente riconducibili al Cremlino e pertanto immediatamente disconoscibili da Mosca qualora necessario: una guerra corsara che dagli oceani solcati nel Seicento da Francis Drake si trasfonde nei mari digitali del web, con vascelli che possono essere anche più pericolosi.
Agli attacchi Ddos possono seguire minacce ancora più pericolose, come i wiper, virus informatici capaci di distruggere i sistemi a cui accedono, o i ransomware, che sottraggono e rendono indisponibili i dati delle aziende colpite, bloccandone le attività e richiedendo il pagamento di un riscatto per ripristinarne l’accesso.
Tramite la piattaforma DdoSia, inoltre, questi gruppi corsari reclutano mercenari pagati in criptovalute da utilizzare nella guerra informatica, pescando nel mare torbido degli hacktivisti, dei mercenari e dei narcisisti digitali da trasformare in pedine, a volte inconsapevoli, del Cremlino.
A questa guerra corsara se ne aggiunge poi un’altra, in cui sono protagoniste realtà create dal governo di Mosca e capaci di azioni più insidiose e prolungate: l’infiltramento di lungo corso nei sistemi informatici avversari per sottrarre informazioni strategiche con atti di vero e proprio cyberspionaggio e la disinformazione digitale, in cui da sempre il Cremlino è maestro. Entrambi possono seriamente destabilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica di uno Stato colpito, con effetti a cui stiamo in parte assistendo in questi giorni turbolenti.
In questa tempesta è quanto mai necessario attrezzarsi per far fronte al disimpegno nello scenario atlantico dell’alleato Usa, che in questo frangente mina la sicurezza europea. E in questo bisogna considerare la difesa del cyberspazio, dove la minaccia è sin d’ora assai più concreta. L’urgenza è testimoniata dalla presa di posizione bipartisan per la costituzione immediata di una forza armata europea digitale, da finanziare attraverso un allentamento del patto di stabilità, debito comune e fondi di investimento comunitari.
Il tutto deve poi portare a una messa a fattor comune della base industriale e tecnologica che consenta di fare economie di scala, insieme a una revisione delle norme europee sulla condivisione delle informazioni di sicurezza. Al momento, infatti, queste ultime sono di competenza esclusiva dei singoli Stati, impedendo una efficace difesa cibernetica integrata fra i membri della Ue.
L’Europa quindi sembra destinata a divenire sempre più un’entità federale sovranazionale sulla spinta delle crisi che si è trovata ad affrontare negli ultimi quindici anni: se la crisi del debito sovrano ha portato nel 2012 al famoso «Whatever it takes» dell’allora governatore della Bce Mario Draghi, avviando per la prima volta una politica bancaria e monetaria europea, se il Covid ha indotto nel 2020 la Commissione Ue a emettere per la prima volta titoli di debito comunitari per rispondere alla pandemia, ora la momentanea - si spera - rottura del patto atlantico impone il salto successivo. Una difesa comune europea, capace di garantire la nostra libertà. (riproduzione riservata)
*esperto di cybersecurity