L’economia tedesca non riesce a risollevarsi. Il Pil è sceso l’anno scorso dello 0,3%, dopo un’ulteriore caduta nel quarto trimestre. Il Paese ha evitato la recessione tecnica perché ha corretto a zero la variazione del prodotto nel terzo trimestre. Ma questo non cambia lo scenario. La Germania è da mesi lo Stato più difficoltà nell’area euro. Il ministro delle Finanze Christian Lindner e il presidente della Bundesbank Joachim Nagel hanno assicurato che la Germania non è il «malato d’Europa», secondo la definizione che utilizzò l’Economist 25 anni fa, prima delle riforme dell’era Schröder. Lindner ha detto che semmai la Germania è «un uomo stanco» che ha bisogno di un «caffé» sotto forma di riforme per la crescita.
La storia ha mostrato in più occasioni la capacità tedesca di riorganizzare l’industria. Ma i numeri dicono che adesso il Paese è la zavorra d’Europa. Secondo Oxford Economics, tra il 2020 e il 2024 la Germania crescerà del 5,5%, contro il 12,7% dell’Italia. La produzione industriale tedesca è oggi inferiore del 7% rispetto a quella del 2017, mentre quella europea è superiore del 5%. Il settore nazionale più importante, quello automobilistico, sta perdendo la sfida dell’elettrico e subisce la concorrenza della Cina. La crescita della produttività, pari allo 0,7% tra il 2020 e il 2022, è in costante calo dagli anni Ottanta, quando era al 2,3%. Secondo stime di Roland Berger, quasi la metà delle aziende non dispone del personale qualificato necessario e servirebbero 400 mila immigrati all’anno per colmare il fabbisogno di lavoratori. Le banche tedesche restano un anello debole del settore europeo, mentre il Paese è tra i più esposti a una crisi immobiliare. La Germania è inoltre al 23esimo posto nella classifica dell’Imd World Digital Competitiveness Ranking (l’Italia è al 43esimo). Gli economisti evidenziano da anni un gap di investimenti e infrastrutture inadeguate.
Un punto di forza sarebbe il basso debito pubblico (65% del pil, contro il 143% dell’Italia). La Germania è uno dei pochi Paesi europei che potrebbe utilizzare la leva fiscale per aumentare gli investimenti. Ma Berlino ha anche le politiche fiscali più severe, a causa del cosiddetto «freno del debito» nazionale che impone un deficit strutturale massimo dello 0,35% del pil. La rigidità di questa regola è apparsa evidente nei giorni scorsi. Il cancelliere Olaf Scholz ha provato a spostare 60 miliardi di emergenza non spesi per il Covid in un fondo per il clima da utilizzare nei prossimi anni. Ma la Corte Costituzionale tedesca ha bloccato la manovra e ha obbligato il governo a tagliare la spesa per i sussidi energetici. Anche a causa dell’addio del governo a misure di sostegno sull’energia, centinaia di agricoltori hanno fischiato il ministro Lindner e hanno bloccato Berlino con trattori e camion.
Tutto fa pensare che la recente flessione del pil non sia guidata soltanto da motivi congiunturali. Come ha osservato nei giorni scorsi il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, alcuni Paesi europei (e tra questi innanzitutto la Germania) dovranno cambiare il modello di crescita finora basato su manifattura, energia fossile a basso costo e delocalizzazione produttiva con vendita di prodotti nei mercati esteri. La Germania e l’intera Europa dovranno puntare di più sugli investimenti e sul mercato interno. Una svolta di questo tipo richiede però nuove politiche fiscali e monetarie. La transizione dell’economia tedesca richiederà tempo. È una notizia negativa per l’Europa e in particolare per l’Italia che ha un sistema produttivo molto interconnesso con quello tedesco. La Germania pesa per un quarto dell’export verso l’Ue e per il 12,5% di quello totale, ma la percentuale sale oltre il 20% in comparti come automotive e prodotti di metallo, gomma e plastica. In undici regioni italiani l’export verso la Germania pesa tra il 20 e il 40% del pil. Gli ultimi dati Istat, relativi a novembre, hanno mostrato una flessione su base annua delle esportazioni tedesche del 6,3%. Nei primi undici mesi del 2023 l’export verso la Germania è stato di 69,8 miliardi, con un calo annuo del 3,1%, pari a 2 miliardi. La principale componente, quella relativi ai prodotti di metallo, è scesa del 20% a 11,5 miliardi. Anche l’Italia dovrà fare i conti con la frenata tedesca. (riproduzione riservata)