Sottoscrivere un’obbligazione societaria garantita da forme di parmigiano, opere d’arte, macchinari, tonnellate di acciaio o altre materie prime ancora da lavorare o semilavorate e prodotti come il vino. Insomma, tutto ciò che si può trovare nel magazzino di un’azienda. È la possibilità introdotta dalla legge annuale sulle pmi, approvata in via definitiva dal Parlamento italiano due settimane fa.
Il testo modifica le regole sulla cartolarizzazione in Italia, ritoccando il regime definito dalla legge 130 del 1999 e ampliando la rosa dei beni che possono essere utilizzati come sottostante. Per gli investitori, dunque, si prospettano nuove occasioni per far confluire capitali nel tessuto produttivo italiano, fornendo al tempo stesso agli imprenditori un canale di finanziamento complementare a quello bancario. «Tradizionalmente gli asset delle imprese oggetto di cartolarizzazione sono stati i crediti commerciali, principalmente le fatture dei fornitori. Di conseguenza la cartolarizzazione è stata finora accessibile solo alle aziende con grandi stock di crediti commerciali», spiega Federico Del Monte, partner dello studio legale Bird & Bird, fra i primi anche in questo settore.
Questo non significa che non esistano già formule diverse con cui le imprese possono ottenere finanziamenti. Il gruppo Credem, per esempio, controlla la società Magazzini Generali delle Tagliate che opera da decenni nell’attività di deposito e stagionatura di formaggio a pasta dura per conto terzi. I produttori possono lasciare le loro forme nei magazzini della società, dove i formaggi vengono conservati durante la fase di stagionatura, e ottengono in cambio una nota di pegno da presentare come garanzia per un prestito bancario.
«Varie operazioni di finanziamento collegate al magazzino sono state effettuate anche prima della riforma, ma principalmente con beni agroalimentari, come vini, insaccati o formaggi, che diventano ancora più classici con la nuova legge, suscettibili di spossessamento e il cui valore di solito cresce nel tempo», conferma Del Monte. «Ora sarà possibile cartolarizzare i magazzini appartenenti anche a diversi settori industriali in tutto il ciclo produttivo, dalle materie prime ai prodotti semi-lavorati o finiti. In questo modo si daranno agli investitori maggiori opportunità e più possibilità di finanziare l’economia reale».
Inoltre, con le nuove modalità si andrà a investire a tutti gli effetti nel business corrente dell’azienda: a differenza delle cartolarizzazioni classiche, che poggiano su un portafoglio di fatture già emesse e affidano la remunerazione dell’investimento alla loro riscossione, cartolarizzando il magazzino il rimborso dipende dalla effettiva profittabilità dell’azienda.
L’investimento avverrà attraverso la sottoscrizione di obbligazioni di diverse classi e con diversi livelli di subordinazione. Di conseguenza, anche il pubblico dei potenziali soggetti interessati varia. «I titoli senior interesseranno soprattutto a banche e compagnie assicurative italiane, mentre i titoli junior e mezzanine, che presentano un rischio maggiore e dunque un rendimento più alto, potranno essere appetibili per il mondo dei fondi di debito e dei capitali privati, sia italiani sia esteri. In ogni caso si parla di investitori istituzionali, non retail», puntualizza l’avvocato Del Monte.
L’investitore verrà quindi remunerato tramite i flussi di cassa generati dagli asset dell’azienda, ma non entrerà in nessun modo in possesso dei beni. «La gestione del magazzino rimane in capo all’impresa, in modo da intaccare il meno possibile l’operatività. Dal punto di vista finanziario e contabile i beni possono essere segregati nel patrimonio dell’azienda oppure ceduti a un veicolo. Ma in ogni caso rimangono nel possesso della società», conclude Del Monte. «Gli investitori potranno verificare lo stato della merce attraverso sistemi di monitoraggio e catalogazione digitale». (riproduzione riservata)