
Una fusione che ha scosso l’Europa mandando in profondo rosso le banche. Il matrimonio deciso a tavolino da governo svizzero, Banca centrale (Bns) e Finma, l’autorità di controllo, fra Ubs e Credit Suisse domenica 19 marzo passerà alla storia. In base agli accordi, Ubs rileva l’ex rivale per 3 miliardi di franchi in un’operazione carta contro carta e cancella 16 miliardi di bond At 1 sostenuta da 100 miliardi di liquidità fornita dalla Bns (la stessa banca centrale finita in rosso lo scorso anno 132,5 miliardi di franchi) e da 9 miliardi a fondo perduto. Un matrimonio strano, apparso più come il salvataggio di Credit Suisse che perdeva miliardi di liquidità giornaliera dai conti correnti, che ha scosso i mercati (il Ftse Mib ha perso il 2,2% venerdì 24) e fatto cadere Deutsche Bank. Gli effetti della fusione Ubs-Credit Suisse stanno pian piano emergendo. Ecco 6 punti che forse non sono così noti al mercato e che andranno a toccare le tasche e i portafogli degli italiani.
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Nelle comunicazioni ufficiali degli ultimi giorni le autorità svizzere non hanno fornito alcuna indicazione sulle cause del collasso. Fino a propria contraria, quindi fanno fede gli ultimi numeri forniti dalla banca dai quali non trapelano segnali di crisi. Proprio cinque giorni prima del salvataggio, 14 marzo, Credit Suisse aveva tenuto una presentazione relativa ai suoi strumenti di debito con la comunità finanziaria nella quale ribadiva la solidità e la liquidità recuperata del gruppo. Il documento parla di un Cet1 pari al 14,1% (35,3 miliardi di franchi svizzeri), ben più alto della soglia richiesta in Svizzera del 9,3%, e di un leverage ratio (rapporto tra capitale tier 1 e totale attivo) al 15,2% contro l’8,8% chiesto dal regolatore.
Credit Suisse ribadisce inoltre agli obbligazionisti che «azioni decisive hanno ricostruito il liquidity coverage ratio (lcr) della banca»: alla fine del quarto trimestre 2022 si era attestato al 144% «dopo gli eventi idiosincratici del mese di ottobre». Insomma, era stata recuperata considerando che il minimo regolamentare è il 100%. Il rafforzamento della liquidità, continua il documento, è passato attraverso attività di riduzione dell’attivo, un aumento di capitale da 4 miliardi e raccolta di funding per 7 miliardi. E sottolineava: «Un ulteriore, sostanziale aumento della liquidità è attesa dalla trasformazione strategica prevista nel 2023 dal piano industriale». Per quanto riguarda i prestiti, poi, la relazione ricorda che l’89% del book è coperto da garanzie. Non sembra il ritratto di una banca sul punto del collasso. Quindi perché ha perso la fiducia dei clienti e delle controparti e ha dovuto essere salvata?
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Le modalità scelte dalle autorità svizzera per salvare Credit Suisse sono già al centro di scontri legali e numerosi studi americani hanno già avviato le class action. Domenica 19 il governo di Berna ha annunciato le nozze del gruppo con Ubs e, contestualmente, la Finma ha azzerato bond At1 per 16 miliardi senza intaccare l’equity. Per quanto irrituale, l’inversione della gerarchia del passivo è prevista dalle leggi svizzere ma solo in presenza di una risoluzione che in questo caso non c’è stata. Giovedì 23 la Finma si è limitata a chiarire che l’accesso di Credit Suisse alla liquidità straordinaria messa a disposizione dalla banca centrale mercoledì 15 inficiava la continuità aziendale, configurandosi come un non viability point.
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La legge di emergenza (o operazione di mercato, come l’ha chiamata il ministro delle finanze Karin Keller-Sutter) ha insomma avuto effetto retroattivo in barba ai principi fondamentali del diritto, portando all’azzeramento di tutti gli At1 a fronte di nessuna perdita riportata. Ubs ha così ereditato tutti i 35,3 miliardi di capitale cet1 di Credit Suisse. Non un franco in meno. Risultato? Non solo per la prima banca svizzera il salvataggio non comporterà assorbimento patrimoniale, ma per gli azionisti ci sarà un effetto controdiluitivo che ha permesso al titolo di chiudere l’ultima settimana con un rialzo di quasi il 20%.
Dopo la cancellazione dei bond At 1 di Credit Suisse per 16 miliardi di euro, il segmento delle obbligazioni subordinate è stato messo sotto pressione, fra prezzi in calo e vendite di titoli. Questo significa che gli istituti di credito pagano maggiori interessi sul proprio debito. «I costi di funding sono destinati a salire, in Europa ad esempio le banche devono ripagare metà dei prestiti Tltro alla Bce entro fine giugno e il nuovo funding non sarà più così economico», spiega Alberto Tocchio, Head of European Equity and Thematics di Kairos Partners Sgr. Secondo cui in Italia, ad esempio, questa modalità di funding conta «per quasi il 10% del bilancio.
È quindi facile ipotizzare che le banche stesse debbano applicare dei criteri ancora più stringenti per i prestiti e con meno propensione al rischio, colpendo soprattutto le medie e piccole imprese che già sono in difficoltà». A questo si aggiunga che se il costo di indebitamento sale, le banche sono costrette ad alzare i costi dei servizi a imprese e famiglie e a remunerare meno la liquidità ferma in conto corrente e conto deposito. Si questo aspetto concorda Fabio Caldato, partner di Olimpya Wealth Management, secondo cui «sono probabili due aspetti: minor erogazione (economia reale) e minor distribuzione del capitale (dividendi, buybck, economia borsistica)».
Il risultato di questa situazione, riprende Tocchio, è che la «stretta creditizia può passare dalle banche centrali che stanno rallentando, se non fermando i rialzi di tassi, alle banche stesse che si trovano vittime della potenziale bassa crescita economica nei prossimi trimestri e soprattutto dall’alto costo di funding». Secondo il gestore di Kairos, «al netto di tutte le considerazioni fatte in queste ore, in realtà è molto positivo che Ubs sia riuscita a comperare Credit Suisse, evitando così un rischio sistemico anche in Europa. Quando vi è la più forte stretta creditizia della storia moderna in così breve tempo è purtroppo normale che su alcune aree più a rischio si verifichino dei problemi come quello a cui abbiamo assistito», conclude Tocchio.
Cosa cambia ora per il segmento dei bond At1, stimato in circa 260 miliardi di dollari in Europa, considerato l’azzeramento dei 16 miliardi di Credit Suisse che da soli incidono per oltre il 6%? Se lo chiede Alessandro Cameroni, gestore del fondo Lemanik Selected Bond, che sottolinea come «l’impatto sia significativo e la volatilità che si sta generando non si spegnerà a breve, ma d’altro lato è bene sottolineare che deriva da una realtà già da tempo sotto stretta osservazione». Intanto l’effetto dirompente di Credit Suisse ha messo in forte difficoltà Deutsche Bank venerdì 24 marzo per il richiamo di un bond Tier 2 da 1,5 miliardi di dollari con scadenza 2028.
E Unicredit sta preparando, secondo quanto risulta a milanofinanza.it, il richiamo di un At 1 con scadenza il 3 giugno, una mossa che sarebbe passata inosservata prima del caso svizzero, ma il bond in questione rende oggi alla call il 32% a causa del mercato molto volatile. Il ruolo di questi strumenti nella struttura di capitale è e resta rilevante sia per il regolatore, che per le banche emittenti. Entrambi a marzo 2020, in condizioni molto difficili, si sono schierati a difesa della distribuzione delle cedole, sottolinea il gestore, inoltre l’atteggiamento delle banche europee dalla nascita di questi strumenti è «stato sempre molto attento e protettivo perché i bond At1 sintetizzano lo stato di salute degli istituti di credito, influenzando i costi di emissione su tutta la struttura di capitale, sia che si tratti di Tier 2 che senior». Non è la prima volta che questi strumenti subiscono picchi di volatilità, avverte Cameroni, nel breve il premio al rischio è destinato «a restare più alto a causa dell’aumento del rischio estensione, come capita ciclicamente in fasi di mercato».
La caduta di Credit Suisse viene osservata da diversi desk operativi anche sotto il profilo politico: una banca con conti correnti di persone vicine a Vladimir Putin e per questa ragione finita all’interno di un’indagine del Dipartimento di Giustizia Usa con il rischio di una penale da pagare. Vicina agli arabi che hanno partecipato all’aumento di capitale di dicembre 2022 e vicina alla Cina, un fatto, questo meno noto. Infatti l’8 marzo scorso, una decina di giorni prima dell’intervento del governo svizzero che ha deciso la fusione con Ubs, Credit Suisse aveva comunicato di aver ricevuto l'approvazione ufficiale per il lancio di servizi di Wealth Management onshore in Cina, nello specifico «tre licenze Wave 1 che ci consentiranno di lanciare la nostra attività di gestione patrimoniale nella prima metà di quest'anno, nonché di espandere le nostre attività di negoziazione di titoli e di ricerca clienti in Cina».
Un passo definito dalla banca «una pietra miliare per i piani di Credit Suisse in Cina, uno dei mercati patrimoniali a più rapida crescita a livello globale». Ma anche un Paese controverso, vicino alla Russia, in tensione con gli Usa. Il fattore politico in qualche modo c’entra, ritengono alcuni operatori finanziari e questo potrebbe avere qualche concreto riflesso nelle tasche degli investitori. «L’Asia di Putin e di Xi Jinping sta prendendo sempre più le distanze dagli Stati Uniti e dal dollaro e questo in prospettiva andrà a rafforzare l’euro contro il biglietto verde e l’oro, che le banche centrali stanno accumulando come riserva al posto del dollaro», interviene Lorenzo Batacchi, portfolio manager di Bper Banca e membro Assiom Forex.
Il prospetto informativo del bond At 1 di Credit Suisse con la clausola Point of Non Viability che prevede l’azzeramento permanente dell’emissione non esiste solo nelle obbligazioni svizzere. Secondo CreditSights, società che fa capo a Fitch, la stessa clausola è prevista nelle emissioni bancarie dell’area Apac. Una parte lontana ma gigantesca del mondo che va dall’Australia alla Cina all’India. Secondo la nota, oltre 100 bond At1 emessi in Asia prevedono il Point of Non Viability. (riproduzione riservata)