Contrordine compagni! L’imposta patrimoniale, appena annunciata in Francia come una batosta necessaria e pesantissima, è stata subito ridimensionata: l’elettorato di destra non la vuole e quello di sinistra neppure, nonostante l’abbia anche di recente sbandierata come vessillo dell’equità sociale, visto che non servirebbe a rafforzare i servizi pubblici ma solo a ridurre il deficit.
Le scelte relative all’andamento della pressione fiscale si stanno aggrovigliando: se la sua riduzione dal 53,4% del pil registrato nel 2018 al 52% netto stimato per quest’anno, sulla base di una strategia volta a restituire competitività e dinamicità al sistema economico francese, ha contribuito a far deragliare i conti pubblici, un suo nuovo aumento comporta problemi politici estremamente complessi soprattutto per un governo che non gode della maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale, dovendo contare per rimanere in carica solo sulla ritrosia delle due forze di opposizione, a sinistra riferite al Nuovo Fronte Popolare e a destra al Rassemblement National, nel far convergere i rispettivi voti su una mozione di censura condivisa.
Ed è stato soprattutto l’incremento del 13,8% del rapporto debito/pil della Francia, passato dal 97,8% sempre nel 2018 al 111,6% stimato per l’anno in corso dal Fmi, che ha sbigottito i mercati, visto che nello stesso periodo l’Italia, nonostante i pasticci del superbonus e la straordinaria generosità del reddito di cittadinanza, lo ha peggiorato appena del 4,8% e la Spagna del 5,9%. Solo la Germania ha potuto vantare un peggioramento davvero minuscolo, pari all’1,8%, nonostante l’andamento dell’inflazione, che ha gonfiato artificiosamente il denominatore monetario della frazione, sia stato pressoché analogo dappertutto. Ma l’Italia e la Germania hanno mantenuto entrambe stabile la loro pressione fiscale, mentre la Spagna l’ha aumentata di 3,8 punti percentuali.
A tutto ciò va aggiunta la mancata correzione del deficit dell’anno in corso, che per la Francia veleggia ormai verso il 6% del pil con uno scostamento di oltre un punto percentuale rispetto alle previsioni di primavera che al Fmi stimavano ancora il 4,9%.
Il 1° ottobre scorso il neo premier Michel Barnier ha annunciato all’Assemblea nazionale la necessità di coniugare l’inevitabile messa sotto controllo della spesa pubblica con uno sforzo fiscale straordinario, per ottenere nuove entrate nell’ordine di 20 miliardi di euro. Appena due giorni dopo, è arrivata l’inaspettata marcia indietro del ministro del Bilancio Laurent Saint-Martin: nel corso di un’intervista televisiva, dopo aver confermato che il governo si accinge a introdurre misure tributarie «mirate, temporanee ed eccezionali, in primo luogo a carico delle grandi imprese ma anche a carico delle famiglie che possono partecipare», ha precisato che non si andrà a colpire il ceto medio, e neppure quello medio-superiore, visto che «potranno essere interessate a un aumento delle imposte le famiglie che, al netto dello sgravio per i figli a carico, hanno un reddito annuo di circa 500 mila euro» con un gettito di un paio di miliardi di euro l’anno. La tassazione straordinaria riguarderebbe invece circa 300 grandi imprese, per uno o due anni.
La questione è delicata, non solo perché l’aumento delle imposte è un tema che vede la forte contrarietà dell’elettorato di destra ma soprattutto dopo che, per conquistarne il consenso, negli anni scorsi il presidente Emmanuel Macron è stato fautore di un’ampia azione politica volta a ridurre complessivamente la pressione fiscale: la storica «Imposta sulla fortuna» (Isf) è stata limitata ai soli cespiti immobiliari (Ifi) colpendo i valori che al netto dei debiti in essere siano superiori a un milione e trecentomila euro; la Tax d’habitation, una sorta di Imu generalizzata che era destinata storicamente al finanziamento degli enti locali, è stata progressivamente soppressa nel 2023 nonostante la loro dichiarata contrarietà; inoltre, è in corso l’eliminazione della Contribuzione sul valore aggiunto delle imprese (Cvae) che è stata differita dal 1° gennaio 2024 al 2027. È rimasta invece ferma la tassazione delle eredità, un lascito della Rivoluzione volto ad assicurare l’uguaglianza tra le generazioni: ognuno deve ricominciare da capo, non potendo diventare ricco per merito dei suoi antenati.
La sinistra, esclusa dal governo, non intende dare il via libera a Barnier per introdurre una imposta patrimoniale il cui gettito servirebbe solo al riassorbimento del deficit e non all’auspicato rafforzamento dei servizi pubblici, che invece saranno in qualche misura penalizzati, mettendo insieme una serie di strutture e senza rimpiazzare completamente il personale che va in pensione. (riproduzione riservata)