È il momento della Bulgaria. L’8 luglio 2025 il Consiglio Economia e Finanza dell’Unione Europea (Ecofin) dovrebbe dare il via libera definitivo all’ingresso nell’area euro dal 1° gennaio 2026. Con l’adozione degli atti legislativi ufficiali, Sofia diventerà il ventunesimo Paese a utilizzare la moneta unica, abbandonando il lev, dopo aver dimostrato di avere le carte in regola (in termini di deficit, inflazione, solidità dell’economia) per entrare nell’Eurozona. Il suo biglietto da visita è un pil che cresce a un buon ritmo, nonostante un brusco rallentamento della produzione industriale e un’inflazione non del tutto domata.
Il 2025 della Bulgaria è cominciato con una crescita economica solida, «vicina alla media dell’anno scorso nel primo trimestre, attestandosi al 2,9%», osserva Stefan Posea, economist di Ing, tratteggiando un identikit dell’ultima candidata all’euro. «Per il 2025 stimiamo quindi una crescita simile a quella del 2024, al 2,8%, seguita da una moderazione al 2,3% nel 2026», aggiunge l’esperto. Le proiezioni della Commissione Europea sono più conservative e prevedono una crescita del 2% nel 2025 e del 2,1% nel 2026. A questi dati si affiancano un deficit atteso al 3% quest’anno e un debito contenuto, pari al 25,1% del pil secondo le stime della Commissione Ue.
L’andamento generale, dunque, è positivo anche se non mancano alcune ombre. Il pil bulgaro beneficia dello slancio che arriva da consumi e investimenti privati, ma esportazioni e industria mostrano segni di difficoltà. «Nel complesso, i forti tassi di crescita dei salari privati e pubblici hanno sospinto il trend positivo», riassume Posea. «L’attività industriale è rimasta in territorio negativo, attestandosi del 6% al di sotto dei livelli pre-pandemici secondo l’ultima rilevazione. La persistente debolezza dell’attività industriale nei principali partner commerciali, ovvero Germania e Romania, ha contribuito in una certa misura a questo andamento. Componenti chiave come il settore minerario, le estrazioni nelle cave e la produzione di energia rimangono ancor più visibilmente sotto i livelli pre-pandemici».
Inoltre, la bilancia dei pagamenti ha fatto emergere un deficit commerciale peggiorato del 75% tra gennaio e aprile su base annua, per effetto di un ripido aumento delle importazioni extra-Ue e da un parallelo indebolimento dell’export.
Poi ci sono i fondi europei. Al momento Sofia non brilla per efficienza nello sfruttamento delle risorse comunitarie e, secondo l’economista, questo rappresenta ancora un limite per il Paese. «A livello strutturale il recente ritardo negli investimenti e nell’assorbimento dei fondi Ue ostacola il potenziale produttivo del Paese nel medio-lungo termine», sostiene Posea. «Tuttavia, un più ampio ammodernamento delle infrastrutture dovrebbe, in una certa misura, apportare benefici compensativi».
Infine, i prezzi. L’inflazione in Bulgaria resta ben al di sopra del 2% che rappresenta il target della Banca Centrale Europea. Nel primo trimestre 2025 i prezzi hanno registrato un netto aumento, rientrando solo in parte nel secondo trimestre e attestandosi al 3,7%. «I principali fattori trainanti sono stati il ripristino dell’Iva su categorie come ristoranti e pane, l’aumento dei prezzi dei servizi pubblici e delle accise sui tabacchi. Nel complesso prevediamo un indice dei prezzi al consumo pari al 3,9% nel 2025 e al 3% nel 2026», conclude l’esperto. (riproduzione riservata)