È una conferma delle carenze nel versante della comunicazione e sintomo di nervosismo al vertice della Bce l’aver inviato in questi mesi al sindacato interno, Ipso, due lettere con una delle quali si contesta al portavoce dell'organizzazione sindacale Carlos Bowles di aver citato in un’intervista a un quotidiano tedesco i risultati di un sondaggio da cui si ricava che oltre due terzi dei dipendenti dell'Istituto ha timore, per le conseguenze possibili sulla carriera, di discutere problemi ed errori con il management; con l’altra lettera si precisa che la rappresentanza sindacale è libera di interloquire con la stampa esclusivamente per i compiti specifici del mandato, non della politica monetaria e dell’inflazione.
Insomma, si contesta la violazione del dovere di lealtà e anche lo sconfinamento, che non sarebbe non consentito, in materie istituzionali. Ma la querelle è sfociata in tribunale (quello dell’Unione) su ricorso del sindacato che contesta censure e intimidazioni da parte del vertice. Si attende la pronuncia.
Vi sarebbe, poi, un’ulteriore precisazione tendente verosimilmente ad alleggerire lo scontro con la quale la Bce sosterrebbe che i contenuti delle lettere sono solo dei pro memoria non delle contestazioni. Non è questo il modo migliore di presiedere alle relazioni sindacali.
È poi assurdo sostenere che di un sondaggio, come quello effettuato, non si possa parlare in un'intervista, ritenendolo evidentemente una sorta di segreto di Stato e non pensando che prima o poi la notizia sarebbe comunque uscita all'esterno, innanzitutto per la sua rilevanza. La Banca di Francia, intorno alla metà degli anni ottanta, promosse un sondaggio i cui risultati non esaltanti furono resi pubblici e furono alla base del piano d'Istituto.
È nel merito che il vertice avrebbe dovuto controbattere, se ne ha i presupposti, anche pubblicizzando la propria posizione, nonché nello sviluppo delle trattative sindacali. È impensabile fare appello a un dovere di lealtà, quando la prima lealtà consiste nell'osservare le regole del gioco nelle relazioni tra le parti sociali.
Più complessa è, invece, la questione dell'intervento del sindacato sulla politica monetaria che, innanzitutto, dovrebbe escludere qualsiasi conflitto di interesse - sindacalista e partecipe, anche se non con poteri decisionali, delle attività in materia - come ovviamente non ammetterebbe l'impiego di informazioni e dati acquisiti internamente.
Ma posti questi insuperabili limiti, nonché la necessità che si resti rigorosamente sul terreno tecnico - istituzionale, del pari eccessiva è un’aprioristica proibizione di affrontare temi della specie, anche perché in essi è compreso quello dell’inflazione che riguarda le ovvie ricadute sui trattamenti economici dei dipendenti.
Insomma, dalla posizione del vertice (anche con il declassamento a pro memoria) si ricava una visione decisamente limitativa del ruolo del sindacato, disconoscendo gli effetti positivi che possono discendere da un corretto confronto dialettico.
Non è facile - bisogna riconoscerlo - dirigere un’istituzione europea che vede dipendenti di diversi Paesi, ma di tempo ne è passato per un adeguato rodaggio e il versante comunicazione - relazioni esterne - rapporti sindacali resta tra i più bisognosi di adeguati interventi di riforma e di potenziamento.
La Bce non è una monade senza porte e senza finestre e l’accountability riguarda tutte le sue funzioni. Un uso improprio del potere disciplinare offre l’immagine di una istituzione chiusa, magari con la voglia di lavare i panni solo in casa propria, che non è e non può vedere quella della Bce. (riproduzione riservata)