Jeff Bezos lascia a casa 300 giornalisti del Washington Post mentre Warren Buffett investe invece 352 milioni di dollari nel New York Times, rendendo la propria holding Berkshire Hathaway uno dei principali azionisti del giornale con una quota del 3,12%.
Tra i due avvenimenti c'è un lasso di tempo di 14 giorni, tra i due giornali c’è un abisso in cui il mondo dell’editoria è costretto a specchiarsi per testare il proprio stato di salute.
Il Washington Post, acquistato dal numero uno di Amazon per 250 milioni nel 2013 subentrando alla storica famiglia Graham, registra nel 2025 una perdita di 100 milioni di dollari: una crisi finanziaria lunga, testimoniata dal rosso in bilancio del 2023 e del 2024 rispettivamente per 77 e 100 milioni.
Alla base del tracollo una strategia digitale mai davvero decollata: 3 milioni di abbonati è stato il picco raggiunto nel 2021, nel 2024 erano già scesi a 2,5 milioni ma la vera fuga si è verificata con l’endorsement di Bezos a Donald Trump. Il risultato? 250 mila sottoscrizioni in fumo nell’arco di pochi giorni.
Il New York Times invece ha guadagnato 1,4 milioni di abbonati solo nel 2025, ma è il numero complessivo di sottoscrizioni a rendere impietoso il confronto: sono 12,8 milioni.
Il fatturato del giornale che ha visto l’ingresso di Buffett è di 802,3 milioni di dollari nel quarto trimestre, in crescita del 10,4% rispetto al 2024, di questi, 510,5 milioni sono riconducibili agli abbonamenti (+9,4%), con 381,5 milioni derivanti dai prodotti esclusivamente digitali.
Anche i proventi pubblicitari sono in crescita: segnano un +16,1% attestandosi a 191,7 milioni, mentre quelli da copie cartacee sono diminuiti del 2%. Lo stato di forma del Times si riflette nell’utile del 2025 di 344 milioni di dollari e nel massimo storico del prezzo delle azioni, che ha toccato quota 78,57 dollari nella giornata di giovedì 26 febbraio.
Due vicende agli antipodi ma strettamente legate anche dall’ultima mossa dell’Oracolo di Omaha. Prima di investire 352 milioni nel New York Times, Berkshire ha infatti venduto 10 milioni di azioni detenute in Amazon, la big tech del proprietario del Washington Post, Jeff Bezos. L’operazione ha avuto un controvalore di 1,7 miliardi di dollari e ha ridotto del 77% la quota di Buffett nel colosso dell’e-commerce.
L’ingresso del 95enne guru nel New York Times è stato salutato con entusiasmo da tutto il settore dell’editoria, soprattutto perché in realtà si tratta di un ritorno. Soltanto nel 2020, infatti, Berkshire Hathaway vendeva per 140 milioni di dollari le sue partecipazioni in 31 giornali. Se l’operazione di allora era stata vista come un segnale della crisi indelebile del giornalismo, ci si interroga se questo ritorno possa essere interpretato come un cambio di rotta del settore.
Sul punto Carlo Sorrentino, docente di storia del giornalismo all’Università Bocconi e di sociologia dei processi culturali alla Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri dell’Universita di Firenze, commenta a MF-Milano Finanza: «Il New York Times è stata la prima testata a capire che vento tirasse da tempo, diventando il giornale digitale di riferimento della classe dirigente. Ha sfruttato la de-spazializzazione che la tecnologia consente e ha diversificato l’offerta, sia in termini di piattaforme e prodotti, sia nei contenuti, rendendosi più glamour, più pop, per certi aspetti».
Partendo da questa premessa, quindi, la mossa Amazon-New York Times «non deve ingannare», spiega Sorrentino, «Buffett ha disinvestito da una big tech per puntare di fatto su una nuova azienda digitale», ossia il quotidiano della Grande Mela.
La ricetta del New York Times, secondo il professore, è perfetta: «Aveva già un grande nome, dall’alto dei suoi 175 anni di storia, poi ha capito i nuovi linguaggi, ha saputo trasformarsi diventando verticale in più settori sul digitale e puntando sugli abbonamenti».
Il settore può imparare qualcosa da questo modello: «Non credo nella crisi del giornalismo, ma bisogna ripensarsi», commenta Sorrentino. «Nell’editoria gli spazi ci sono, perché le persone sentono il bisogno di informarsi, ma il pubblico non è più quello di un tempo, che ascoltava e basta. Ora si parla di community: bisogna dialogare e coinvolgere, dare accesso alla comprensione oltre che all’informazione, con contestualizzazioni e approfondimenti». (riproduzione riservata)