Nonostante il mercato italiano del trasporto pubblico locale stia vivendo una delle fasi più espansive degli ultimi anni, la crisi industriale di Menarini Bus continua ad aggravarsi. Tra il 2021 e il 2024, le immatricolazioni di autobus sono quasi raddoppiate, passando da 3.335 a 6.616 mezzi, spinte dagli investimenti per il rinnovo delle flotte del tpl. Ma sempre meno autobus vengono prodotti in Italia, e ancor meno dai suoi storici costruttori come Menarini Bus.
I numeri sono quelli che la Fiom-Cgil ha presentato lunedì 13 luglio durante una conferenza stampa dedicata alla crisi della storica azienda bolognese. In soli tre anni la quota di mercato di Menarini Bus è scesa dall’8,8% al 4% pur mantenendo stabili le immatricolazioni (da 295 a 264 autobus), mentre il mercato complessivo quasi raddoppiava.
Per i sindacati la responsabilità è in larga parte politica. Il governo viene accusato di non aver costruito una strategia industriale per il comparto e di aver gestito senza una prospettiva la privatizzazione della ex Industria Italiana Autobus, conclusa nel 2024 con la cessione del 98% al gruppo Seri, (il 2% è andato a Invitalia, per garantire un presidio governativo sull’azienda). «Alla gara si presentò almeno un altro soggetto industriale, ma l’esecutivo scelse Seri, un gruppo privo di competenze specifiche nel settore», è stata la critica ribadita durante la conferenza.
La vicenda assume un peso ancora maggiore se confrontata con la storia dell’azienda. Nel 2012 Sergio Marchionne decise di chiudere l’Irisbus di Flumeri (Avellino) per una semplice ragione: «Non ha mai guadagnato una lira nella sua storia». La produzione della Fiat, che anni prima aveva spostato gli investimenti industriali dal Nord al Sud Italia, venne trasferita fuori confine: in Slovacchia quella dei bus urbani e in Francia quella dei bus turistici.
Quattordici anni dopo, lo Stato non sembra essere riuscito a far meglio dell’imprenditore. Oggi gli addetti sono poco più di 500 e la produzione continua a fare largo ricorso agli ammortizzatori sociali, soprattutto nello stabilimento di Flumeri, mentre il sito di Bologna è rimasto concentrato prevalentemente sulle attività amministrative, di progettazione e assistenza post-vendita, con parte del personale trasferito.
I numeri illustrati dalla Fiom descrivono un progressivo ridimensionamento della presenza di Menarini nel mercato nazionale. Nel 2021 il costruttore immatricolava 295 autobus, pari all'8,8% del mercato. Nel 2022 le immatricolazioni sono scese a 198 unità, con una quota del 6,1%; nel 2023 sono risalite a 269 mezzi, ma la quota è ulteriormente diminuita al 5,5%; nel 2024 le immatricolazioni hanno raggiunto quota 264, fermandosi però al 4% del totale nazionale. Nello stesso arco temporale il mercato è passato da 3.335 a 6.616 autobus, mentre Iveco ha consolidato la leadership con 2.939 immatricolazioni e una quota del 44,4%.
A pesare, secondo la Fiom, è anche il blocco di una parte della domanda pubblica. Le gare Consip per l’acquisto dei mezzi sono state espletate e Menarini vi partecipa, ma molti Comuni non sarebbero nelle condizioni di perfezionare gli acquisti perché manca la rendicontazione delle risorse Pnrr utilizzate per il rinnovo delle flotte. Una criticità amministrativa che, secondo il sindacato, finisce per paralizzare gli investimenti proprio nel momento in cui il mercato avrebbe le maggiori potenzialità di crescita.
Nel 2024 Menarini ha destinato a impianti, macchinari e attrezzature industriali poco più di 1,56 milioni di euro, meno dei 2,52 milioni di ammortamenti registrati nello stesso esercizio. Il valore degli impianti è così sceso da 8,63 a 7,94 milioni, mentre quello delle attrezzature è diminuito da 2,11 a 2,03 milioni. Gli unici investimenti di rilievo, osserva la Fiom, restano quelli finanziati attraverso il Contratto di sviluppo da 31,6 milioni sostenuto anche da Invitalia.
«È quantomai urgente che si convochi un tavolo che metta insieme Regioni e governo sotto la regia dei ministeri interessati, Mimit e Mit. Il governo è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità», hanno dichiarato Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom-Cgil, e Ciro D’Alessio, coordinatore nazionale automotive per la Fiom-Cgil, durante la conferenza stampa.
Dal governo, almeno per ora, è arrivata soltanto una promessa. Lo scorso 26 giugno, durante una visita ad Avellino, il ministro delle Imprese e del Mae in Italy, Adolfo Urso, aveva incontrato le rappresentanze sindacali assicurando la «massima attenzione» sulla vicenda e impegnandosi a convocare entro l’estate un tavolo di monitoraggio al Mimit, oltre a sollecitare gli enti locali a fare la loro parte per il rilancio del settore.
Convocazione che, denunciano i sindacati, non è arrivata ufficialmente. «Non è possibile andare avanti così», avverte la Fiom, che porterà la questione anche al tavolo Stellantis previsto martedì 14 luglio, nella convinzione che solo un’iniziativa del governo possa sbloccare una crisi che dura ormai da oltre un decennio. (riproduzione riservata)