L’Inpgi compie cento anni, ma il clima non è celebrativo. Nell’Aula dei gruppi parlamentari il centenario dell’istituto di previdenza dei giornalisti diventa il teatro di una denuncia netta: cresce il lavoro autonomo, spesso imposto, mentre resta irrisolta la questione dell’equo compenso. Un mix che rischia di compromettere non solo le carriere, ma la tenuta stessa del sistema previdenziale di categoria.
Il presidente dell’Inpgi, Roberto Ginex, lo sintetizza senza giri di parole: «La garanzia per il futuro non risiede soltanto nella prudente gestione patrimoniale dell’ente, ma dipende dalla qualità e dal valore del lavoro giornalistico». Il punto è che quel valore, oggi, fatica a tradursi in reddito. Le redazioni si riducono, mentre cresce una libera professione che «spesso non nasce da scelte individuali, ma da un mercato del lavoro profondamente cambiato».
Il dato strutturale è chiaro: l’autonomia cresce, ma non è sinonimo di libertà. È piuttosto una condizione subita, con compensi inadeguati e carriere frammentate. «Non c’è un adeguato riconoscimento retributivo», sottolinea Ginex, evidenziando come queste «storture» si riflettano inevitabilmente sul futuro previdenziale degli iscritti.
Da qui la richiesta di interventi concreti, a partire dall’equo compenso, indicato come «uno degli strumenti che va nella giusta direzione». Senza una correzione del mercato, il rischio è quello di una generazione di giornalisti senza prospettive pensionistiche solide.
«Non c’è e non ci può essere autentica libertà di stampa se al contempo non è garantita la dignità di chi esercita la professione», sottolinea il presidente.
Ancora più dura la posizione della segretaria generale della Federazione Nazionale Stampa Italiana, Alessandra Costante: «Gli editori stanno consumando l’omicidio perfetto sull’informazione». Nel mirino, prima il progressivo svuotamento della legge 416 e ora l’attenzione sulla legge 45/1990, che consente ai lavoratori autonomi il pensionamento anticipato.
Il meccanismo denunciato è quello delle uscite incentivate: giornalisti dipendenti prossimi alla pensione che escono dalle redazioni con buonuscite elevate, per poi rientrare nel sistema come autonomi e accedere alla pensione a 63 anni. «Così c’è un problema di sostenibilità a medio termine», avverte Costante.
Critiche severe anche dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, che parla di «atto avvilente» riferendosi alle recenti operazioni nel settore editoriale, accusato di aver sacrificato valore industriale e culturale.
Nel frattempo, sul fronte istituzionale, emergono segnali di stabilizzazione. Dopo il trasferimento della gestione dei dipendenti all’Inps nel 2022, l’Inpgi mostra un andamento positivo nei conti, riconosciuto anche dalla sottosegretaria al Mef Lucia Albano. E il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, annuncia un protocollo d’intesa per rendere strutturale la collaborazione tra i due enti.
Resta però il convitato di pietra: un mercato dell’informazione in «evoluzione vorticosa», come lo definisce il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, dove la trasformazione digitale e il peso delle piattaforme aprono nuovi fronti, anche regolatori. Non a caso, l’Agcom, con il commissario Massimiliano Capitanio, valuta iniziative a livello europeo sul ruolo delle big tech e i rischi per il pluralismo.
(riproduzione riservata)